Il cinema sudcoreano LBGT+ al Korea Film Festival 2021

Qualche giorno fa, il 21 maggio, è iniziato il Korea Film Festival che continuerà fino al 28 maggio con un’edizione online e in presenza a Firenze.
Il Festival come ogni anno viene organizzato dall’Associazione Culturale fiorentina Taegukgi – Toscana Korea Association. In questi giorni di proiezioni si possono scoprire film, documentari, cortometraggi dei principali registi coreani e in molti casi poi i registi partecipano con interventi al Festival! 🙂

Una panoramica sul Korea Film Festival 2021

Quest’anno in onore di Kim Ki Duk e per ricordare la sua recente scomparsa verrà organizzata una retrospettiva (la 1a italiana) sul regista partendo dai suoi film degli anni ’90 come “Crocodile” (1996) e “Wild Animals” (1997) fino ad arrivare ai più recenti “Human, Space, Time and Human” (2018) e “Stop” (2016). Sarà anche interessante scoprire il regista attraverso lo sguardo di Antoine Coppola, documentarista francese, esperto di cinema asiatico, che lo ha intervistato; il documentario “Kim Ki-duk, Cinéaste de la Beauté Convulsive” racconta a tutto tondo l’uomo e non solo il regista.

Per chi ama Bong Joon-ho consigliamo assolutamente di rivedere “Barking dogs never bite”, film del 2000, primo lungometraggio del regista. Un mix di ironia e sarcasmo lieve per descrivere l’ipocrisia della piccola borghesia cittadina.

Il festival si sviluppa in diverse sezioni: New Korean Cinema, Orizzonti Coreani, Independent Korea, K-documentary, la Virtual Reality Experience e i due omaggi, uno a Kim Ki Duk e l’altro a Moon So-ri, tra le attrici più acclamate del cinema sud coreano, diventata famosa dopo il successo del film “Oasis” (2002) del regista Lee Chang-dong. Ci sono quindi proposte adatte ad ogni sensibilità e interesse.

Il cinema sudcoreano LBGT+

In questi giorni ci siamo immersi nella Corea arcobaleno; diamo uno sguardo insieme a quei corti e a un lungometraggio che raccontano cosa vuole dire essere omosessuale o trans oggi nella Corea del Sud. Qui di seguito qualche proposta che potete trovare nella programmazione del Festival.

“Journey to the Shore” di UHM Ha-neul


Tra i corti segnaliamo “Journey to the Shore” di UHM Ha-neul del 2020. La storia è quella di due adolescenti che si innamorano durante gli anni del liceo. E’ un corto delicato e struggente anche perché alla fatica della crescita si somma la difficoltà di vivere serenamente un amore; purtroppo anche in Corea del Sud l’omosessualità è un tabù e i due ragazzi si trovano a vivere sulla loro pelle il giudizio degli altri…
Un corto che ricorda quanto sia importante costruire una società che rispetti il diritto di amare chi si vuole aiutando le nuove generazioni ad accettarsi per quello che si è.

“God’s daughter Dances” di Byun Sung-Bin

Un altro corto che ci è piaciuto molto è quello di Byun Sung-Bin “God’s daughter Dances” del 2020. La storia è quella di una ballerina trans, Shin-mi, che viene chiamata per la visita obbligatoria del servizio militare. Shin-mi è una ballerina straordinaria, in due momenti del corto balla e bisogna dire che è pazzesca! Quando arriva nell’istituto dove si fanno le visite per il servizio militare, tutto il personale fa finta di ignorare il fatto che sia donna. Il tema centrale è quindi non tanto il rifiuto del suo essere donna, ma piuttosto l’assoluta indifferenza alla questione, forse ancora più grave. La donna quindi cerca di affermarsi nel rispetto di quello che è, ma viene ignorata, fino a quando…
Transessualità e Corea del Sud: un interessante scorcio su questo tema che ancora ad oggi è molto poco toccato.

“A good mother” di Lee Yu-jin

Questo corto affronta il tema del coming out, o meglio, del post-coming out. Si indaga il rapporto della figlia, dichiaratamente omosessuale, con la madre. Anche qui lo sguardo della società è giudicante e la madre si trova a vivere un sentimento contrastante nei confronti della figlia, amata e odiata allo stesso tempo. Nel corto si ritrovano le due generazioni: la madre che sente il peso della tradizione e della cultura dominante e la figlia, giovane avvocato che si batte per i diritti umani, espressione della nuova Corea del Sud.


“A Distant Place” di Park Kun-young


Vi segnaliamo anche un lungometraggio che ci è piaciuto molto: “A distance Place” di Park Kun-young, giovane regista nato nel 1984 e di base a Seoul. Dopo aver studiato letteratura e cinematografia all’università dirige negli anni che vanno dal 2013 al 2015 dei corti: “Swing” nel 2013, “Post” nel 20114 e “Silent Boy” nel 2015 ricevendo il premio al Jeonbuk Independent Film Festival; nel 2016 esce il suo primo lungometraggio “To my River”.
Nel 2020 realizza il film “A Distance Place”, storia di un’amore e di una famiglia ambientata nella Corea del sud rurale. Il film sviluppa diverse tematiche che vanno dall’omosessualità, all’omogenitorialità fino ad una sorta di famiglia allargata. Colpisce molto come nel non detto si sviluppi la storia; è un film intenso e delicato allo stesso tempo. I diversi dolori e le preoccupazioni dei protagonisti si intrecciano; la vita del villaggio rurale con i suoi ritmi cadenzati dall’agricoltura e dall’allevamento non aiutano a dimenticare le difficoltà. La dimensione claustrofobica del paese non fa che accentuare le problematiche e anche qui, come a Seoul, la diversità non viene accettata.
Consigliato a chi vuole vedere uno scorcio di Corea immersa nella natura, lontano dalle grandi città e chi è capace di cogliere le sfumature della vita.

Per trovare tutti i film segnalati potete andare sul sito del Korea Film Festival! O cliccare qui.

Articoli consigliati