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Noraebang, alla scoperta del karaoke coreano

Cantare, si sa, fa bene alla salute. Il canto ha un effetto benefico sul fisico, sulla sfera emotiva e su quella sociale. Ne sanno qualcosa i coreani: maestri di kimchi, taekwondo e di noraebang, il karaoke coreano.

I noraebang sono ovunque in Corea del sud, soprattutto nelle grande città… basta trovarli!

COSA SONO I NORAEBANG

Cantare in un noraebang è un’avventura da non perdere, quando si viaggia in Corea del Sud. Non si tratta di cantare sul palco di un bar davanti a degli sconosciuti: per i coreani il karaoke è un’esperienza da condividere con amici, colleghi di lavoro oppure da soli.

Con il noraebang (lo dice il nome stesso 노래방, che letteralmente significa “stanza – canzone”) si canta in una stanza privata per liberarsi dallo stress e trascorrere del tempo insieme divertendosi. E ci si diverte davvero. I coreani lo adorano e non c’è serata di svago con amici o colleghi che non preveda a un certo punto una tappa in un noraebang.

Foto di Daniel Sherman

TIPI DI NORAEBANG

Ci sono diversi tipi e dimensioni di noraebang: quelli più diffusi sono delle stanze piuttosto confortevoli arredate con divani, tavoli, schermo gigante, microfoni e tamburelli. Si noleggiano all’ora, spesso si può ordinare da mangiare, a volte sono anche arredati a tema e le luci psichedeliche effetto disco non mancano mai. Sono l’ideale quando si è in compagnia e serve spazio per ballare.

Se invece si è da soli, si vuole fare giusto una cantatina, un paio di canzoni dopo il lavoro prima di tornare a casa per liberare lo stress oppure per allenarsi in vista della prossima uscita con gli amici, l’ideale è un noraebang micro-stanza, una cabina in cui si può stare al massimo in due e si paga a canzone (di solito con un gettone si cantano un paio di hit).

Nelle grandi città ci sono noraebang in ogni isolato, nelle zone in cui la night life è più viva. Ce ne sono di diversi tipi, dai più cheap e basic a quelli più grandi, arredati in modo ricercato o con vista panoramica sulla città.

Ingresso di un noraebang a Seoul

COME FUNZIONANO

Si sceglie il noraebang, si paga e via, non resta che selezionare il brano con cui esibirsi dal libro delle canzoni: il repertorio è vasto, la musica è per l’80% coreana, ma non mancano grandi classici internazionali. Dall’ultima hit dei BTS fino a Yellow Submarine, passando per canzoni tradizionali coreane e i Ramones.

Si seguono le parole che scorrono sullo schermo con sullo sfondo un video più o meno inerente alla canzone (a volte può essere quello ufficiale, ma molto spesso sono video totalmente casuali) e alla fine dell’esibizione si ottiene un punteggio, anche questo random. Non è facile capire i criteri per ottenere un high score. Ma non importa, non si va per competere.

Anche i coreani più riservati si trasformano all’interno di un noraebang, urlando nel microfono e tamburellando all’impazzata. E non c’è nessuna inibizione a cantare davanti ai propri colleghi o al proprio capo, non importa essere intonati e cantare alla perfezione: quello che conta è stare insieme, divertirsi e liberarsi da un po’ di stress.

Quindi, se si va in compagnia, meglio ricordarsi di non monopolizzare il microfono anche se si canta come Freddie Mercury (impossibile in ogni caso), perché l’obiettivo è far partecipare e divertire tutti. E ci si riesce sempre.

Foto di Actionvance
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Il sound di Park Hye Jin

Oggi scopriamo un’altra protagonista della musica da club coreana: Park Hye Jin, producer, dj e rapper attiva da un decennio a partire dal 2018. Insieme a Peggy Gou e la dj Yaeji, Park Hye Jin fa parte del panorama dei musicisti di musica elettronica della Corea del sud da tenere d’occhio.

Park Hye Jin e la sua musica

Nata a Seoul e ora basata a Los Angeles, Park Hye Jin è sia rapper che Dj e producer. Fin dall’uscita del primo EP (If U want it) nel 2018 si è distinta per la sua musica minimale, house e tecno. Dal 2015 al 2017 ha cercato di farsi notare nei club di musica elettronica del distretto di Itaewon di Seoul, ma è stato solo nel 2018 con la produzione del suo primo EP che è riuscita ad attirare l’attenzione locale e internazionale. La famosa rivista di musica Pitchfork ha definito l’EP “If you want” come “un oceano di sentimenti e una musica da club delicatamente complessa”; lo stesso Jamie XX ha condiviso il palco con lei durante una manifestazione benefica a Londra. A partire dunque dal fatidico 2018 si è trovata a partecipare a diversi festival in Europa, ma anche in Australia e in USA. Da ricordare anche la collaborazione con Blood Orange per l’uscita del singolo “Call Me”, e a giugno 2020 l’uscita del suo nuovo EP, How Can I (2020, Ninja tune).

Il primo EP: “If you want”

Per chi ama perdersi in ritmi puliti della tecno e in una house onirica l’EP “If you want it” è un’ottima scelta. Per Park Hye Jin, come anche per l’altra artista sud coreana Yaeji, il mix di inglese e coreano è una cifra stilistica. La musica segue il flusso dei suoi pensieri, la voce è calda e sensuale, in alcuni casi quasi sussurrata. Nell’ascolto ci si perde nelle sue parole in coreano e il ritmo definisce lo spazio, specialmente nel pezzo “If you want”. In “I don’t care” la lingua coreana si intreccia con l’inglese e il ritmo della musica avanza in un crescendo, il suono rimane pulito e minimale. Park Hye Jin ha forse meno ambizioni autoriali di Yaeji, ma bisogna riconoscere che ascoltando la sua musica si ha voglia di ballare!

“How Can I” il nuovo album di Park Hye Jin

“How Can I” è il secondo album della producer sud coreana ed è uscito con Ninja Tune, nota etichetta indipendente londinese di musica elettronica.

L’aspetto interessante di questo nuovo EP è che difficilmente Park Hye Jin si focalizza in un unico genere, che sia house, tecno, rap o trap. La melodia si fonde insieme al ritmo che si modifica a sua volta, ondivago.

Ci piace molto il pezzo che da il titolo all’album, “How Can I”, rappato in inglese e in coreano, Park Hye Jin ripete in loop “how can I call you babe” e la melodia della sua voce diventa anch’essa strumento. Lo stacco poi con una tecno ridotta all’osso con il pezzo seguente, dal titolo sicuramente evocativo : “NO”. Anche in questo caso il coreano compare in un sussurro, che si ripete e che si fonde nel ritmo dance.

Da segnalare anche “How Come”, un pezzo degno di nota, parte con un attacco melodico per poi espandersi in un’orchestra di ritmi e suoni differenti. L’album si chiude poi con “Beautiful” cantato in coreano. Consigliamo l’ascolto di questa musicista a chi ama la musica elettronica e a chi vuole scoprire un’altra Corea del sud più underground e danzante.

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Seollal, il capodanno coreano: come e quando si festeggia

In Corea del Sud il capodanno non è il 31 dicembre: l’inizio del nuovo anno lunare si celebra tra gennaio e febbraio, si chiama Seollal (설날) e nel 2021 sarà il 12 febbraio. 

Seollal è una delle feste principali del paese e dura 3 giorni: oltre al giorno stesso si festeggia anche il giorno prima e il giorno dopo. Per molti coreani è il momento di tornare nella propria città di origine per passare del tempo con i familiari e rendere omaggio agli antenati.

Seollal si celebra con riti tradizionali, giochi popolari e naturalmente cibo e bevande tipiche. Vediamo quali sono!

Riti tipici: charye e saebae

Il primo giorno è il momento del charye: durante questo rito i coreani rendono omaggio ai propri antenati mettendo del cibo davanti alle foto o ai nomi di chi non c’è più. Poi si inchinano e offrono ai loro predecessori il makgeolli, il vino di riso tipico coreano.

Dopo il charye è il momento del saebae: i più giovani si inchinano di fronte ai più anziani e augurano loro “saehae bok mani badeuseyo” (새해 복 많이 받으세요), che significa “Possa tu essere molto fortunato durante questo nuovo anno”. Gli anziani ricambiano l’augurio con parole di buona fortuna e regali o una mancia per i più giovani.

“Saehae bok mani badeuseyo” è l’augurio più usato per il nuovo anno insieme a “haengbokan saehae doeseyo” (행복한 새해 되세요), che significa “felice anno nuovo”.

Seolbim, l’hanbok di Seollal

Spesso durante Seollal si indossa l’hanbok (한복), il vestito tradizionale coreano riservato alle occasioni importanti. Per le celebrazioni di Seollal può essere indossato un hanbok apposito, chiamato seolbim (설빔).

L'hanbok è il vestito tradizionale coreano, usato nelle festività
Ragazza con hanbok, il tipico vestito coreano delle feste. Foto di Johen Redman

Cosa si mangia (e si beve) a Seollal

Il piatto principale di Seollal è il tteokguk, una zuppa preparata con fette di torta di riso, manzo, uova e verdure. Il brodo chiaro e le torte di riso bianche del tteokguk simboleggiano l’inizio del nuovo anno con mente e corpo limpidi.

Jeon (전) e buchimgae (부침개), pancake con verdure, sono un altro piatto comunemente servito sulla tavola in occasione di Seollal, insieme alle costine brasate, chiamate galbi-jjim (갈비찜), e al japchae (잡채), uno stir fried di noodle di fecola di patate dolci, cotti in olio di sesamo con l’aggiunta di verdure, solitamente funghi, carote, cipolla, spinaci, salsa di soya e a volte carne di manzo. E l’immancabile kimchi.

Per accompagnare questi piatti si servono tipicamente sujeonggwa (수정과) e sikhye (식혜). La sujeonggwa è una specie di punch con zenzero e cannella, mentre lo sikhye è fatto con il riso. Sono bevande dolci, spesso servite come dessert alla fine del pranzo.

Yutnori, il tipico gioco di Seollal

Seollal è un’occasione per passare del tempo insieme in famiglia, e di divertirsi con i giochi tradizionali: aquiloni, giochi con la palla, jegichagi (un gioco fatto con una specie di volano di carta) e sopratutto yutnori. Yutnori è un tipico gioco da tavola coreano con regole molto semplici; le partite coinvolgono tutti i membri della famiglia, di qualsiasi età.

Il gioco dello yutnori, immancabile a Seollal
Yutnori, il tipico gioco da tavola di Seollal. Foto: National Institute of Korean Language

Regali tipici di Seollal

Ovviamente i regali variano di famiglia in famiglia, ma tra i regali tipici per i genitori ci sono miele, ginseng, prodotti per la salute e poltrone massaggianti, che in Corea vanno forte. Abbondano i set da bagno oppure quelli gastronomici, con l’immancabile Spam (ai coreani piace moltissimo), dolci tradizionali (hangwa), pesce secco e frutta.

Il 2021: l’anno del bue

Seollal è una di quelle tradizioni uniche coreane che contribuiscono a rafforzare il senso di identità culturale del paese. Si basa sul ciclo lunare e, come il calendario cinese, ogni anno è rappresentato da un animale differente, che si ripete ogni 12 anni: topo, bue, tigre, coniglio, drago, serpente, cavallo, pecora, scimmia, gallo, cane e maiale. Ad ogni anno corrispondono determinate caratteristiche e per i coreani l’anno di nascita influenza il carattere e il destino. Il 2021 sarà l’anno del bue, che simboleggia onestà e duro lavoro. 

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Cultura

Il Professor Cho Min Sang tra Italia e Corea del Sud

Negli ultimi anni l’interesse per la Corea del Sud, per la sua lingua e per la sua cultura è cresciuto sempre di più in tutto il mondo e naturalmente anche nel nostro paese. Anche in Italia si moltiplicano i corsi per imparare l’hangul, crescono i fan di k-pop e gli appassionati di cinema e serie coreane.

Ma non è sempre stato così. A metà degli anni ’80 in Italia di Corea del Sud si sapeva ben poco e uno studente coreano all’università di Milano era una rarità. Lo sa bene il Professor Cho Min Sang, creatore nel 1996 del primo Centro Ricerche Culturali fra Corea e Italia (CRICCI), oggi professore di Lingua e cultura coreana contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano.

Che ci racconta la sua storia tra Corea e Italia, a cominciare dal suo arrivo come studente universitario nel 1986…

Il Professor Cho Min Sang si racconta

Buongiorno Professor Cho, grazie per aver accettato di raccontarsi con noi! Partiamo dalla sua storia: come mai ha deciso di venire in Italia?

Dopo essermi laureato in Corea mi venne la grande voglia di approfondire la mia conoscenza sull’origine della cultura occidentale. Per questo motivo decisi di studiare in Italia, che diede l’origine all’Europa. Arrivai in Italia nel 1986 e mi iscrissi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano per studiare l’antica storia romana e greca.

E’ stato tra i primi a divulgare la cultura Coreana in Italia. Ci racconta la sua esperienza con “Noi, Cricci” ?

Nel 1986, quando arrivai in Italia, il mio paese (la Corea del Sud) non era molto conosciuto dagli italiani. Ero uno dei pochissimi orientali che frequentavano l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in quell’epoca. Parecchi studenti italiani, con curiosità, mi chiesero da dove provenissi. “Sei giapponese?” – “No.”  “Sei cinese?” – “No.”  Mi aspettavo che mi avrebbero chiesto se io fossi coreano, ma i nomi dei paesi pronunciati di seguito da loro erano filippino, vietnamita, tailandese …

Seoul Corea del Sud
Foto di Sujin Lee

Dopo i miei continui no, mi chiesero con un tono seccato “Allora di dove sei?”  Alla mia risposta che io ero coreano, replicarono “Nord coreano?” con grande convinzione…

Prima di venire in Italia, pensavo che il mio paese fosse conosciuto abbastanza bene. Ma la ripetizione di episodi come questo avevano ferito molto il mio orgoglio di coreano.

Da quel momento ho deciso di dedicarmi alla divulgazione della cultura coreana in Italia. Così nel 1996 con passione e ambizione giovanile ho istituito il Centro Ricerche Culturali fra Corea e Italia (in acronimo CRICCI) a Milano. 

Ho cominciato a scrivere alcuni libri e a organizzare varie attività culturali per far conoscere la Corea, tra cui la pubblicazione periodica di “Noi, Cricci”, il mensile che offriva delle informazioni culturali e attuali sulla Corea scritto in italiano. Era la mia opera più importante e storica.

Le copie di “Noi, Cricci”, la cui tiratura era di 5000 pezzi ogni mese, venivano spedite agli enti strategici: al Quirinale, al Ministero dei Beni e culturali, al Viminale, al Comune di Milano, quello di Roma, all’Ambasciata di Corea, all’Ambasciata d’Italia, all’Ufficio del turismo di Milano, nonché a varie aziende italiane che hanno a che fare con la Corea. Le novità e la qualità di “Noi Cricci” sono state molto apprezzate anche oltre al periodo di pubblicazione (gennaio 2005 –gennaio 2008).

Ha avuto grande successo soprattutto nel periodo in cui non si parlava ancora di “Onda Coreana, Hallyu”. Purtroppo ho dovuto sospenderne la pubblicazione per motivi economici: procuravo i fondi insegnando italiano ai coreani che studiavano in Italia. Non avendo nessuna sovvenzione da parte degli enti istituzionali coreani tranne le pubblicità di Samsung, LG e Daewoo, era sempre difficile continuare a mantenere le attività culturali. Nel 2010, alla fine, era arrivato il momento di chiudere Cricci, ma dallo stesso anno ho avuto un’altra opportunità: insegnare lingua e cultura coreana all’Università di Milano.

Anche se sono passati tanti anni dall’ultima pubblicazione di “Noi, Cricci”, mi rimane e rimarrà sempre il grande dispiacere di non aver potuto continuare, ma mi consolo di aver seminato per primo la cultura coreana e costruito la base di Hallyu in Italia.

Sono molti gli studenti italiani che decidono di imparare il coreano? Qual è la motivazione principale che spinge gli allievi a studiare il coreano?

Il numero degli studenti aumentava ogni anno, arrivando a circa 60. Ma nel 2020 gli iscritti erano più di 150!  All’inizio ovviamente K-Pop e K-Drama regalano la motivazione di imparare il coreano, ma la scoperta della cultura coreana in cui si trova il missaggio dell’affascinante tradizione e la meravigliosa tecnologia spronano a approfondire gli studi sulla Corea.

Seoul Corea del Sud
Foto di Valery Rabchenyuk

Quali sono le principali difficoltà degli studenti italiani nell’imparare il coreano?

Siccome i caratteri coreani sono molto esotici e la grammatica è molto diversa da quella italiana, il primo impatto è abbastanza duro. Ma non è tanto difficile comprendere i caratteri coreani in quanto non sono ideogrammi, ma alfabetici, inventati secondo un sistema molto scientifico.

Ci potrebbe indicare qualche risorsa online per migliorare l’apprendimento del coreano? Ha qualche consiglio per chi decide di imparare questa lingua?

Il sito Corea.it è davvero un capolavoro per chi vuol conoscere la Corea. L’autore del sito Valerio Anselmo è un ex docente dell’Università di Napoli e dell’Università coreana degli Studi stranieri. Lui sta dedicandosi a divulgare la Corea in Italia senza sosta.

Per imparare il coreano ci sono corsi privati, ma di solito offrono un livello di base. Invece, io ho istituto i corsi on line per chi vuole arrivare ad un certo livello e sto scrivendo il nuovo libro di grammatica coreana.

Quale città coreana consiglierebbe a uno studente italiano per fare un’esperienza di studio / lavoro in Corea?

Io consiglio di andare a Seul oppure nella Regione di Gyeonggido, perché la pronuncia di questa zona è standard, e dopo gli studi si ha maggiore possibilità di trovare il lavoro.

Ha qualche film o libro (in coreano) da consigliare a chi ha già una conoscenza base / intermedia del coreano?

Ci sono tanti libri di favole coreane per i ragazzini, ma non sarà facile procurarli qui in Italia. Io consiglio di leggere i giornali coreani nel web. La scrittura dei giornalisti di solito è molto corretta ed esemplare.

Università della Corea del Sud
Foto di Stephanie Hau

Professor Cho Min Sang potrebbe consigliare un film e un libro (in italiano) a chi invece sa poco della Corea del Sud e vuole avvicinarsi alla sua cultura…

Come film coreani consiglio:

– Kim Ji Young: Born 1982 di KIM Do Young;

 – Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera di KIM Ki Duk;

 – Parasite di BONG Jun Ho;

E come libri:

– L’uccello dalle ali d’oro – LEE Munyol, tradotto da M. Riotto;

– Memorie di un assassino – KIM Young Ha, tradotto da Andrea Benedittis;

– La lunga stagione della pioggia – Helen KIM, tradotto da Francesco Saba Sardi;

– Cantico di frontiera – HAN Mahl Sook, O barra O.

Ringraziamo ancora il Professor Cho Min Sang per i suoi racconti, per il suo contributo alla diffusione della cultura coreana in Italia e per i suoi consigli! Per chi volesse approfondire le informazioni sui suoi corsi di coreano: https://www.facebook.com/prof.mscho.

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Cultura

3 Artisti contemporanei sud coreani

Quando parliamo di Corea del Sud, si pensa immediatamente al cibo (almeno noi ci pensiamo 🙂 ) alla sua cultura, ai suoi film e al K-pop. E cosa dire dell’arte? Non tanto le pratiche artistiche che si svilupparono negli anni dei tre regni coreani di Goguryeo, Baekje e Silla, ma dell’arte degli artisti contemporanei sud coreani.

In questo primo articolo sull’arte contemporanea coreana, abbiamo scelto di parlarvi di questi tre artisti contemporanei sud coreani, Cho Sung -Hee, Suki Seokyeong Kang e Do Ho Suh, che rappresentano tre diverse generazioni di artisti coreani contemporanei.

Cho Sung -Hee, artista visionaria

Nata in Coreane nel 1949, crea immagini narrative relazionando i colori e la texture dell’ Hanji, una carta fatta a mano che si ricava dalle foglie macinate dagli alberi di gelso.

Nei suoi lavori si esprime attraverso una superficie monocromatica, ispirandosi al movimento artistico coreano nato negli anni ’50 con il nome “Monochrome Art Movement”. Il movimento unisce il modernismo occidentale con la cultura artistica coreana. Gli artisti che hanno seguito questo movimento, il Danseakhwa, hanno dato vita ad un’arte che esplora il colore. I materiali, l’utilizzo dei colori e le azioni presenti nei lavori di questi artisti si rifanno ad uno specifico obiettivo storico e sociale che varia per ciascun artista. Sarebbe infatti riduttivo paragonare il Danseakhwa al minimalismo occidentale.

La superficie delle opere di Cho Sung – Hee si forma con un metodo di collage, dove ogni elemento cartaceo viene tagliato a mano e strappato in piccoli cerchi. Viene poi messo sulla tela poggiandolo su dei supporti, fatti di carta arrotolata. Il risultato è un effetto tridimensionale che ricorda una fioritura. Il richiamo alla natura è forte. Nelle opere troviamo la complessità armonica del mondo naturale riprodotto con misura e disciplina. Le tele sembrano quasi dei mandala; la singola azione si fonde in un quadro più ampio e il dettaglio è parte del tutto. Nella sua arte si ritrovano aspetti meditativi e una suggestiva sensibilità orientale, dove si fondano le influenze del buddismo e taoismo. Le sue opere sono state esposte tra gli altri al Museum of Contemporary Art (Seoul), al Sejong Art Center (Seoul) e al Telentine Art Center (Chicago).

Suki Seokyeong Kang, artista multimediale

Nata a Seoul nel 1977 è considerata un’artista multimediale. Tra le sue opere troviamo dipinti, sculture, installazioni e coreografie che si inspirano alla cultura tradizionale coreana. La pratica multiforme di Suki Seokyeong Kang si focalizza sul ruolo dell’individuo e sullo spazio. Le sue opere si collocano tra l’astratto e il figurativo, creando un linguaggio visuale bilanciato ed armonico. L’obiettivo di Suki Seokyeong Kang è di indagare lo spazio, non solo da un punto di vista estetico, ma concettuale. Lo stesso dipinto diventa uno spazio e non solo una tela piatta appesa al muro. La sua ricerca di basa proprio su un concetto di paesaggio in 3D dove si intersecano discipline artistiche differenti. Suki Seokyeong Kang si dedica in modo particolare alla pittura. I suoi dipinti vengono sempre inseriti in contesti artistici articolati, dove il passato si intreccia con il presente.

Nel 2019 ha partecipato alla Biennale d’arte a Venezia con l’installazione “Land Sand Strand“. In quest’opera si è ispirata a Jeongganbo, una notazione musicale tradizionale coreana che si richiama ai canti di primavera degli uccelli rigogoli.

Il concetto di casa dell’artista contemporaneo sud coreano Do Ho Suh

Nato a Seoul nel 1962 Do Ho Suh è uno sculture coreano. Nel 1991 si trasferisce negli Stati Uniti vivendo tra New York, Londra e Seoul. Ispirandosi alla sua storia di migrante, la sua ricerca artistica parte proprio dal concetto di “casa” ; è proprio la non appartenenza ad un luogo preciso a caratterizzare l’intera opera dell’artista coreano. Le sue installazioni fanno del tema della casa un argomento centrale e non mancano i riferimenti a temi attuali come la migrazione.

La riflessione di Do Ho Suh solleva il dubbio, su cosa voglia dire oggi “appartenere ad un luogo preciso” . Si chiede se infondo, in questo contesto globalizzato, abbia ancora senso definirsi in relazione ad uno spazio territoriale e alla sua storia. Lui stesso vive questo dilemma, la sua vita è stata itinerante e non si sente di appartenere totalmente ad un luogo solo. Tra le sue installazioni più emblematiche troviamo  Home Within Home, realizzata per il National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul.

artista contemporaneo sud coreano Do Ho Suh - opera

L’ opera rappresenta le strutture delle due case abitate dall’artista , una la casa americana nel Rhode Island e l’altra, che si trova dentro la prima, una seconda casa in tipico stile asiatico. Quest’ultima casa è la rappresentazione della casa paterna dove ha trascorso i primi anni della sua infanzia.

L’opera è realizzata con un velo di tessuto semitrasparente, che come la memoria, è presente, ma dai contorni indefiniti, quasi sospesi. La scelta dell’artista è di unire ad un materiale leggero una struttura maestosa. Nasce un’idiosincrasia che riflette quanto passato e presente possano coesistere in uno stesso luogo, che nello stesso tempo “è” e “non è” .

Lo spettatore diventa parte di questa costruzione fantasma ed attore dello spazio psicologico dell’artista. L’ arte di Do Ho Suh spinge a porsi delle domande su quanto i luoghi definiscano o meno l’individuo. La casa, che spesso è vista nell’immaginario collettivo come rifugio, diventa un luogo dove perdere le coordinate perché mutevole e trascendente.

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Cultura

Il sound di Yaeji tra Corea del Sud e Stati Uniti

Abbiamo dato ritmo a queste feste natalizie ascoltando la musicista Kathy Yaeji Lee conosciuta come Yaeji. Nata in Corea nel 1993 basata ora a New York è nota per la sua musica elettronica che riesce a fondere insieme paradigmi culturali differenti: quello coreano e quello americano.

Yaeji è DJ, producer, rapper, cantante e graphic designer; si afferma nella scena musicale americana grazie alla sua musica drum – heavy e al timbro della sua voce. Sono diverse le influenze che attraversano la sua musica, prima fra tutte la sua vita divisa tra USA e Asia.

Nata a New York, cresce ad Atlanta per poi tornare in Corea del Sud insieme alla famiglia dove ha la possibilità di studiare in una scuola americana. Per un breve lasso di tempo, studia anche in Giappone, per poi tornare negli Stati Uniti per studiare arte concettuale, East Asia Studies e graphic design al Carnegie Mellon. Lei stessa riconosce che tutti questi viaggi hanno influenzato la sua musica, nel suo album “EP2”, dove parla proprio della sua esperienza mentre cresceva tra Atlanta e la Corea del Sud e l’idiosincrasia che sperimentava. Negli Stati Uniti era diversa dagli altri in quanto asiatica e in Corea, seppur “uguale” agli altri, riusciva ad esprimersi meglio in inglese che in coreano. Nella sua musica questi due mondi si incontrano in un sound preciso e al tempo stesso sfuggente.

L’album “EP2”

Nel 2017 riesce a farsi notare nel panorama musicale della Grande Mela con l’uscita dell’album “Ep2”. Riesce ad unire il ritmo house, dance con delle inserzioni vocali in lingua coreana, che richiamano alle sue origini. La voce della producer, specialmente nel brano “Feelings Changes”, è eterea; lo sfondo elettronico viene attraversato da una campionatura di echi e voci. Con “Raingurl” si torna ad un ritmo house, pulito, dove si alternano momenti cantati in inglese e coreano. Il testo è semplice e viene ripetuto in loop, la scelta della producer coreano-americana è una musica minimale, sussurrata, ma precisa e attenta al dettaglio. In “Drink I’m Sippin On” sceglie un ritmo hip pop, bassi profondi che si intrecciano con un ritornello in lingua coreana.

L’aspetto che ci ha più colpito di questa musicista è la capacità di fondere diverse influenze; Oriente ed Occidente sfumano nel ritmo di questa artista.

“What we Drew”, il nuovo album di Yaeji

L’ascolto di questo album è come guardare un quadro impressionista, le sottili pennellate creano una visione d’insieme, ma solo nella somma dei colori si scorge l’immagine totale. Le sonorità sono scelte con cura dando vita ad un’atmosfera onirica. Ci accompagna la voce di Yaeji delicata, che diventa essa stessa suono sfumando nel flusso sonoro.

Ogni traccia è indicata con il suo titolo in inglese e a fianco in coreano, la partitura occidentale si affianca a quella orientale. Il viaggio musicale di questa producer è attraverso questi due mondi. Si passa dall’hip pop di “Money can’t buy” alla filastrocca in coreano di “Spell 주문” fino all’ambient di “Never settling down”.

Un album quasi sartoriale per la sua capacità di curare il dettaglio, delicata e precisa nella realizzazione del sound, ci si sente avvolti da una melodia poliforme e perfetta.

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Cibo Cultura

Le 12 regole principali per bere alcolici in Corea

Gli alcolici sono molto presenti nella vita sociale e lavorativa in Corea del Sud e con circa 119.000 bar e pub nel paese, è praticamente impossibile non essere coinvolti in questo aspetto culturale coreano.

Soju e makgeolli sono le bevande alcoliche più iconiche e diffuse, anche se il consumo di vino (rosso in particolare) è in crescita, soprattutto tra i più giovani, che considerano obsolete le tipiche bevande coreane. 

Soju
Il soju, il più popolare alcolico coreano, è un distillato di riso, orzo o frumento

L’alcol non manca mai quando si festeggia, per rendere omaggio agli antenati, nelle uscite con gli amici e con i colleghi di lavoro. 

La cultura di bere alcolici con i colleghi, l’hoesik

In Corea del Sud è molto comune uscire a bere con i colleghi di lavoro e anche con i propri capi. Non è scritto nel contratto, ma l’hoesik, cioè uscire a bere una volta alla settimana – o al mese – dopo una giornata di lavoro con i colleghi, fa parte della vita lavorativa stessa ed è qualcosa che non si può rifiutare con un semplice “Questa sera sono stanco”.

Anche i superiori partecipano a queste serate, senza che il party ne risenta. Spesso è un’escalation di birra, soju e infine whisky. Negli ultimi anni gli hoesik non avvengono più con la stessa frequenza del passato, ma sono una pratica ancora molto diffusa.

Origini della drinking culture in Corea del Sud

In Corea del Sud si distillano alcolici da più di 1000 anni e il loro consumo si basa su regole precise: le radici della drinking culture coreana risalgono al quattordicesimo secolo, quando durante le Hyanguemjurye, le riunioni dei seguaci del confucianesimo, si discuteva e si beveva parecchio, sempre mostrando buone maniere e seguendo un’etichetta precisa. 

Gli insegnanti invitavano i discepoli più giovani a rispettare gli anziani e a bere in modo educato e questo ancora avviene oggi: i genitori e i nonni coreani insegnano ai nipoti e ai figli le regole da seguire quando si consumano alcolici. 

Non è necessario che i turisti si attengano a queste regole; alcune possono essere difficili da ricordare, soprattutto quando la mente non è lucidissima dopo qualche bicchiere. Quando si beve tra amici si è più rilassati e meno formali, ma quando si è in compagnia di qualcuno più anziano o gerarchicamente superiore in ambito lavorativo… è bene tenerle presenti!

Le 12 regole principali per bere alcolici in Corea

  1. Bisogna sempre versare da bere agli altri prima di bere dal proprio bicchiere.
  2. Il più anziano viene servito per primo e beve per primo (e per sapere chi è il più anziano… basta chiedere! In Corea del Sud è normale chiedere l’età di una persona anche al primo incontro).
  3. Il più giovane versa da bere.
  4. Bisogna sempre usare due mani per versare da bere a qualcuno, tenendo la bottiglia con la mano destra e sostenendo il polso destro con la mano sinistra.
  5. Quando si riceve da bere, bisogna tenere il bicchiere con due mani.
  6. Si deve aspettare che un bicchiere sia vuoto prima di riempirlo.
  7. Versarsi da bere da soli è considerato un gesto scortese. 
  8. Il primo giro si beve “alla goccia”, tutto d’un fiato. I giri successivi si sorseggiano con più calma.
  9. Quando si brinda con qualcuno di più anziano, bisogna tenere il proprio bicchiere leggermente più in basso.
  10. I più giovani si girano di lato, si coprono la bocca e non guardano negli occhi i più anziani mentre bevono.
  11. Il modo migliore per non offendere nessuno se non si ha più voglia di bere è lasciare il bicchiere mezzo pieno. 
  12. Rifiutare da bere può provocare sguardi di riprovazione. È meglio declinare in modo educato. Se si stanno assumendo farmaci, in caso di allergie, gravidanza oppure se bisogna mettersi alla guida è opportuno informare tempestivamente i propri compagni di bevuta.
Quando si brinda con qualcuno di più anziano, bisogna tenere il proprio bicchiere leggermente più in basso
foto @thecreativv

Ai coreani piace mescolare diversi tipi di alcol insieme. I poktanju (“bomb drinks”) sono molto diffusi: whisky e birra o soju e birra (somaek) sono i mix più diffusi. Spesso una serata fuori a bere con gli amici o i colleghi dura a lungo, prevede diverse tappe in vari locali e una visita a un karaoke.

Rimedi coreani per l’hangover

E se la sera prima si ha esagerato con l’alcol? In Corea del Sud esistono una serie di “rimedi” e antidoti da hangover. Le zuppe piccanti haejangguk (letteralmente “zuppa scaccia hangover”) sono la scelta più popolare, e tra queste spicca la bukeoguk con pesce secco, acciughe, tofu e uova, tutti ingredienti ritenuti efficaci per far passare il mal di testa. Per i vegetariani c’è la kongnamulguk, la zuppa di germogli, che aiuta a eliminare l’alcol dal corpo.

E se avete dei desideri da realizzare, sappiate che in Corea ricevere l’ultimo goccio da una bottiglia porta fortuna! 

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La cosmesi coreana: origine, BB Cream e K-Beauty routine

Breve storia della cosmesi in Corea

L’origine della cosmesi coreana ha radici lontane. Durante la dinastia Goryeo (918-1392) ci fu il culmine della cosmetica, perché proprio in quel periodo si coltivò un maggior interesse per la cura personale.

Il trucco per la società tradizionale coreana ha un valore profondo, perché l’aspetto fisico riflette l’interiorità della persona e quindi la cosmesi assume una certa importanza. Non è legato al frivolo, ma ha un suo valore intrinseco.

Con il diffondersi dei precetti del confucianesimo, durante la dinastia Joseon, si è cercato di limitare l’uso del trucco e di renderlo meno presente, quasi a privilegiare una cosmesi più naturale. Anche a quel tempo però esistevano modelli a cui ispirarsi, si guardava alle “gisaeng”, le artiste che cantavano e ballavano ai ricevimenti e alle cerimonie delle classi altolocate.

Bisogna aspettare però il XIX secolo perché la cosmesi diventi di moda fino ad arrivare ai giorni nostri con la nascita della K-beauty, nota anche per l’importanza data agli ingredienti naturali e al rituale stesso che va seguito per una cosmesi coreana perfetta.

Gli ingredienti della cosmesi coreana

La cultura di una cosmesi biologica e naturale ha origini remote. In passato si usavano i germogli di soia da cui si ricavava un olio utile per donare lucentezza e morbidezza ai capelli. Sempre dai germogli veniva estratta la polvere per creare un sapone detergente. Con le albicocche si realizzava un olio per far scomparire le lentiggini e per idratare la pelle, che diventava morbida e vellutata. Le donne delle classi più agiate usavano anche l’olio dei fiori di peonia come nutritivo per i capelli.

Oggi la cosmesi coreana offre prodotti bio, naturali, vegani e cruelty-free. Si possono trovare prodotti di ogni tipo, persino con ingredienti fermentati, dall’alto potere antiossidante per la pelle. Del resto nella cura della propria persona non si può escludere anche l’importanza dell’alimentazione, fondamentale nella cultura coreana.

cosmesi coreana
Foto di @BrookeLark

Dalla BB Cream alla K-Beauty

Prima del boom della cosiddetta K-beauty, c’erano le BB cream. Ma cosa sono esattamente?

Nascono come Blemish Balm, BB cream appunto, e sono state pensate per nascondere le imperfezioni della pelle del viso. Nate in Germania dall’idea di un chimico tedesco, in Corea hanno saputo sfruttarne le potenzialità.

Queste creme uniformano il colorito e illuminano il viso e come se non bastasse riescono anche ad avere una protezione solare medio-alta! L L’errore più comune è che possa ricordare un fondotinta, ma la BB Cream è più leggera di un fondotinta e sembra più fresca e naturale. Di fatto sono un ibrido tra crema e make-up. Già prodotto cult in Asia, la BB cream-mania è esplosa solo qualche anno fa in Occidente, quando la k-beauty si è affermata come uno dei più grandi trend di bellezza mondiali.

Foto di @ChrisJarvis

I 10 step della Beauty Care Coreana

Abbiamo cercato di capire meglio in cosa consiste questa pratica della cosmesi coreana e lo abbiamo chiesto a MyBeauty Routine, e-commerce specializzato di cosmesi coreana dal 2017, il cui obiettivo è trovare un metodo di bellezza concretamente funzionale.

La pratica di cosmesi coreana è composta da 10 step che bisogna seguire ogni giorno, mattina e sera. La bellezza di questa pratica non è solo il risultato che si conquista nel tempo, ma trova la sua efficacia anche nello stesso rituale. Ci si prende cura della propria pelle ma anche dello spirito, perché proprio in questi due appuntamenti giornalieri si ha l’opportunità di dedicarsi a se stessi e di centrarsi. Il fascino di ogni rituale è nella ripetizione che aiuta a sedimentare le fatiche della giornata. Ma vediamo gli step nel dettaglio.

Step 1 e 2 – Pulire e Detergere la pelle

Il primo step parte dalla pulizia del viso, meglio se con un olio detergente, che possa pulire a fondo senza essere troppo aggressivo.
Si continua a detergere con un prodotto schiumoso per togliere i residui dell’altro detergente. I primi due step fanno parte del double cleansing e vengono fatti sia la mattina che la sera.

Step 3 – Esfoliazione

Di questo terzo step le coreane sono delle vere fan! L’esfoliazione viene praticata con lo scrub o con le maschere wash off che purificano o idratano la pelle ma vanno risciacquate. In questo modo si rimuovono le cellule morte per avere una pelle più levigata e pulita. Si consiglia però di non usarle quotidianamente.

Step 4 – Tonificare

Il tonico o il toner o skin, come viene chiamato in Corea, è un prodotto considerato indispensabile perché riequilibra il ph. Si può scegliere tra un tonico liquido che completa la pulizia o sieroso che si applica con le mani.

Step 5 Essence – il “clou” della cosmesi coreana

L’essenza della Beauty Skincare Routine coreana è a metà tra tonico e siero ed è un concentrato di principi attivi che si trova nelle creme e nelle emulsioni idratanti.

Per chi vuole esiste anche sotto forma di Face Mist, che si può spruzzare in ogni momento della giornata per reidratare la pelle evitando irritazioni e arrossamenti.

Step 6 – Ampoules, Boosters e Serums

In questo step si affrontano gli inestetismi grazie alla formulazione di mix di attivi che vanno dritti al problema. Si può scegliere tra l’ampoule, il booster o il serum, come lo si voglia chiamare.

Step 7 – Maschera in tessuto

La maschera è davvero l’anima della cosmesi coreana, perché di applica circa per 20 minuti e in quel lasso di tempo ci si gode un meritato relax. Le maschere in tessuto sono ricche di siero e non bisogna risciacquare. E’ uno step consigliato in qualsiasi momento, specialmente quando si ha necessità di un viso perfettamente pulito e rilassato.

Step 8 e 9 – Crema contorno occhi e Idratazione

I coreani si prendono cura del contorno occhi con prodotti di facile assorbimento e texture volatili. Inoltre scelgono un’idratazione ricca e cremosa per il giorno e una sleeping mask invece per la notte.

Step 10 – Protezione Solare

Quasi pronte per uscire, al decimo step, si pensa proprio alla protezione solare durante il giorno. I raggi del sole infatti sono causa di rughe, macchie e malattie. Il SPF di solito è alto perché per gli orientali proteggersi dal sole è una pratica quasi maniacale.

Pronti per sperimentare le meraviglie della cosmesi coreana?

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La Malerbe di Keum Suk Gendry-Kim

La graphic novel la Malerbe della fumettista sud coreana di Keum Suk Gendry-Kim, è una lettura potente che attraverso la storia di vita di Yi Okseon racconta il dramma delle comfort woman, schiave sessuali dell’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale. La Malerbe diventa quindi una testimonianza “grafica” di quegli anni. Tutto inizia nel 1934 in Corea, quando Yi Okseon era ancora una bambina e sognava solo di andare a scuola.

La sua famiglia era di umili origini e Yi Okseon aiutava la madre nelle faccende domestiche e nella cura dei fratelli. Il cibo non bastava per tutti e il padre era malato. La bimba Okseon affronta queste difficoltà con il sorriso nella speranza che prima o poi, aiutando la madre, sarebbe potuta andare a scuola. La situazione familiare però non era facile e la madre fu costretta a darla in adozione ad un’altra famiglia.

A Yi Okseon le era stato promesso che questa nuova famiglia si sarebbe presa cura di lei e che l’avrebbero mandata a scuola. Da quel giorno invece la vita di Yi Okseon cambiò di punto in bianco per un viaggio di non ritorno.

La Malerbe di Keum Suk Gendry Kim

I disegni

Keum Suk Gendry-Kim disegna la piccola Okseon come una bimba forte, con carattere, che non si abbatte di fronte alle difficoltà. Nella lettura ci si immerge nella vita della giovane Yi Okseon, per poi ritrovare l’Okseon dei giorni nostri. Presente e passato si intrecciano nel racconto e si sommano in un unico piano, del resto questa memoria storica è ancora attuale e soprattutto da non dimenticare.

Le tavole rispettano questo passato, il bianco e nero non nasconde la violenta verità di quegli anni ma lo rappresenta. Il dolore di quelle donne è vivo e diventa una macchia nera nei disegni di Keum Suk Gendry-Kim. Ci sono tavole rappresentano la storia di quegli anni, altre invece paesaggi e attimi di silenzio quasi a lasciar sedimentare quanto si legge.

La Malerbe è una graphic novel coraggiosa e struggente. I pensieri della piccola Yi Okseon si intrecciano a quelli della Yi Okseon di oggi, che racconta la sua storia. Sono pensieri semplici e potenti. Keum Suk Gendry-Kim tratteggia poi l’Yi Okseon di oggi, ottantenne, come una donna tenace che continua a battersi per i propri diritti e capace comunque di sorridere nonostante l’orrore vissuto. Non si cerca di impietosire il lettore, ma di renderlo testimone di quello che è stato, per non dimenticare.

Yi Okseon e le Comfort woman

La storia di Yi Okseon

Keum Suk Gendry-Kim racconta nella Malerbe la storia vera della signora Yi Oskeon. Nel 1942 Yi Oskeon viene rapita da due uomini, un coreano e un giapponese che la resero “comfort woman”. Venne costretta a prostituirsi per l’esercito giapponese in Cina. Rimase in Cina fino al 2000, quando alla morte del suo secondo marito, decise di rientrare in Corea del sud. Yi Oskeon andò a vivere nella House of Sharing, una casa comune buddista che accoglie le halmoni (nonne) come vengono oggi chiamate le comfort woman in Corea del sud.

Chi erano le Comfort Woman?

La scelta di questo termine “donne di conforto”, le “comfort woman” è un eufemismo che tenta di sviare dalla verità di quel che stato: donne prese con violenza, violate dall’esercito giapponese a partire dal 1932 fino alla fine della guerra. Si parla di circa 200.000 donne, coreane ma anche cinesi, filippine e indonesiane. Si tratta quindi di schiavitù sessuale. Le giovani donne di famiglie povere venivano reclutate con l’inganno e con la promessa di un lavoro, oppure rapite e portate nelle “comfort station” disseminate nel territorio cinese. Erano veri e propri bordelli dedicati all’esercito giapponese e controllati dall’armata del Sol Levante.

La Malerbe - comfort woman

A guerra finita vennero abbandonate senza cibo né soldi, molte di loro sono rimaste in Cina, altre sono riuscite a tornare nei loro paesi d’origine, alcune per la vergogna di quanto subito si sono suicidate. Di fronte ad un’immensa tragedia, anche le vittime riuscivano a ricordare a fatica quanto vissuto.  La Corea del sud è lo stato che ha contato più vittime, eppure solo a partire dal 1990 si sono raccolte testimonianze di questo periodo storico non solo in Corea, ma anche in Giappone, Filippine, Indonesia e Tailandia.

Le sopravvissute a questo orrore cercano ancora oggi di ottenere le scuse ufficiali del governo giapponese per quanto è accaduto. Solo riconoscendo la verità di questa tragedia e ascoltando la testimonianza di chi ha vissuto questi crimini si potrà avere una forma di giustizia. Perché il passato è presente e dalla storia si impara.

L’autrice Keum Suk Gendry-Kim

Per l’autrice Keum Suk Gendry-Kim l’incontro con Yi Okseon è stato fondamentale. Poter parlare con questa donna, che aveva lottato per la sopravvivenza, ascoltare la sua storia e la sua testimonianza, è stato il motore per scrivere questa graphic novel. Le tavole parlano sì della tragedia che la guerra ha portato, della disparità delle classi sociali, ma anche della forza di Yi Okseon e del suo attaccamento alla vita. Del suo amore per la vita.

Kim Suk Gendry-Kim ha sentito l’urgenza di dover raccontare questa storia,  partendo proprio da un punto di vista femminile. Tantissime figlie di famiglie povere vennero scarificate in nome della guerra dell’imperialismo, private dei loro diritti e ridotte in schiavitù. A guerra finita poi, restavano le ferite e l’indifferenza dei posteri.

La Malerbe

Keum Suk Gendry – Kim ha cercato di dare voce a queste donne senza però cedere ad una narrazione basata sullo sfogo della sofferenza e del risentimento che in coreano si chiama “han”. La sua è graphic novel è dedicata a Yi Okseon e a tutte le donne vittime di queste violenze, è una testimonianza, ma anche la prova della forza di queste donne, che seppur piegate da un destino tragico, non hanno perso la speranza né la gioia di vivere. La Malerbe, appunto, un filo d’erba che si piega di fronte alle intemperie e resiste nella sua unica bellezza.

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I Libri di Byung Chul Han

Psicopolitica, il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere 

I libri di Byung Chul Han li scoprii quasi per caso anni fa nella mia libreria di quartiere. Trovai infatti un testo dal titolo interessante “Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere”  pubblicato dalla casa editrice Nottetempo nel 2016.

L’autore è Byung – Chul Han, nato a Seoul, dove ha studiato metallurgia; negli anni ’80, decise di trasferirsi in Germania a Berlino per studiare filosofia, diventando nel 2012 docente di filosofia e studi culturali all’Universität der Künste di Berlino. Mi incuriosì per la biografia ma non solo, nel libro “Psicopolitica” si parla del neoliberismo attraverso i cambiamenti che le nuove tecnologie digitali stanno portando al nostro modo di vivere e pensare.

foto articolo i libri di byung chul han

Ci invita a riflettere se l’essere connessi e se il continuo flusso di informazioni ci renda effettivamente liberi. Non esiste più una società del divieto e dei limiti, ma il controllo si attua proprio attraverso la seduzione della comunicazione, della partecipazione continua, che ci porta a raccontare la nostra vita. Viviamo quindi in una società che stimola all’uso costante di una tecnologia di automonitoraggio. Tutti mappati e monitorati, appunto.

L’individuo partecipa a questa mappatura e i dati che produce vengono usati da terzi e commercializzati. Byung – Chul Han riflette su questo cambio di paradigma: qual è dunque la scelta che rende oggi liberi? Pubblicato in Italia già nel 2016, “Psicopolitica” è un libro che resta attuale ed è di facile lettura anche per chi non è abituato a leggere di filosofia.

Consigliato agli eretici e a chi cerca una via per una libera scelta.

La Società della Stanchezza

Iniziare a leggere i libri di Byung – Chul Han è stato una rivelazione. Era come se mi fosse stato spiegato finalmente a parole, in modo chiaro, una sensazione che vivevo giorno dopo giorno. Avevo l’impressione di vedere in modo nitido alcuni aspetti della realtà e avevo la netta percezione che una volta preso coscienza di questa nuova visione sarebbe stato difficile tornare indietro. Leggere “La Società della Stanchezza” , pubblicato sempre da Nottetempo nel 2012, è stato come avere un’epifania sulla contemporaneità. Byung-Chul Han parla del disagio dell’individuo nella società odierna.

Oggi si vive nella costante ricerca della prestazione performante, nella continua competizione e nell’ossessione dell’iperattività. All’interno di questa realtà non è concepita la negatività, né vengono accettate le contraddizioni dell’esistere, ma si persegue un ideale di successo, di continuo avanzare verso l’iperproduzione postcapitalistica.

La differenza è che oggi siamo noi stessi votati a questo ritmo incessante perché è diventato ormai un modello sociale che abbiamo introiettato. La “stanchezza” nasce da quel malessere che cova nelle pieghe di questo modo di vivere, che con la tendenza sempre più forte al multitasking porta a produrre disturbi di natura depressiva e nevrotica. Nella sovrabbondanza di questo mondo, nell’eccesso di informazioni, sollecitazioni, Byung- Chul Han ritrova un individuo che sperimenta la solitudine e un malessere nuovo fatto di noia profonda e vuoto. Vi è dunque un’ossessiva ricerca all’autorealizzazione contemporanea che si fonde all’autodistruzione; quella di Byung- Chul Han è una denuncia della “società della stanchezza”, che inibisce qualsiasi ribellione al modello sociale dominante.

La Topologia della violenza

A luglio è uscito il suo ultimo testo, la Topologia della Violenza, pubblicato sempre da Nottetempo. Il saggio è estremamente attuale, si parla di violenza e delle sue molteplici forme. L’aspetto che ci ha colpito di più è la definizione di violenza positiva di come ora il soggetto diventa “progetto”, la violenza quindi non è più nel dominio o nel controllo, non è al di fuori, ma dentro l’essere umano. Nell’età contemporanea siamo “progetti” appunto, dove, citando Byung Chul Han, “al posto della costrizione esterna emerge un’autocoercizione che si spaccia per libertà”.

Ora la violenza diventa autosfruttamento, si interiorizza, e non è un caso che la conseguenza di questa nuova forma di violenza sia la depressione, che ha che fare con un eccesso di positività. In questa società odierna bisogna dunque essere flessibili, produttivi e avere iniziativa. Byung Chul Han percorre la natura proteiforme della violenza nelle diverse epoche per arrivare poi ai nostri giorni, dove si manifesta nella coincidenza tra carnefice e vittima, tra libertà e violenza.

E’ una lettura intensa e attuale, perfetta per chi vuole calarsi in profondità nei meccanismi di una società, per citare il filosofo, sempre più sottopelle.

“La Filosofia del buddismo zen” e gli altri libri di Byung- Chul Han

Se vi volete avvicinare a questo pensatore sono diversi i libri pubblicati in italiano Nottetempo editore tra i più noti: “Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere”, “La società della stanchezza” , “Nello sciame”, “La società della trasparenza”, “Eros in agonia” e “Filosofia del buddismo zen”. In quest’ultimo testo Byung – Chul Han confronta la filosofia occidentale con il pensiero filosofico del buddismo zen.

Immagine Buddha

Mi sono chiesta se le origini coreane del pensatore non siano emerse in questo parallelismo tra Oriente ed Occidente. Lungo il testo ci accompagna infatti in un confronto teorico tra i filosofi occidentali e quelli appartenenti al mondo buddista, l’intento è di far emergere l’autentico significato filosofico del buddismo zen.

Lettura ideale per chi vuole sperimentare un modo nuovo di leggere il reale alla “maniera zen”: meno parole, più vuoto e silenzio.