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Noraebang, alla scoperta del karaoke coreano

Cantare, si sa, fa bene alla salute. Il canto ha un effetto benefico sul fisico, sulla sfera emotiva e su quella sociale. Ne sanno qualcosa i coreani: maestri di kimchi, taekwondo e di noraebang, il karaoke coreano.

I noraebang sono ovunque in Corea del sud, soprattutto nelle grande città… basta trovarli!

COSA SONO I NORAEBANG

Cantare in un noraebang è un’avventura da non perdere, quando si viaggia in Corea del Sud. Non si tratta di cantare sul palco di un bar davanti a degli sconosciuti: per i coreani il karaoke è un’esperienza da condividere con amici, colleghi di lavoro oppure da soli.

Con il noraebang (lo dice il nome stesso 노래방, che letteralmente significa “stanza – canzone”) si canta in una stanza privata per liberarsi dallo stress e trascorrere del tempo insieme divertendosi. E ci si diverte davvero. I coreani lo adorano e non c’è serata di svago con amici o colleghi che non preveda a un certo punto una tappa in un noraebang.

Foto di Daniel Sherman

TIPI DI NORAEBANG

Ci sono diversi tipi e dimensioni di noraebang: quelli più diffusi sono delle stanze piuttosto confortevoli arredate con divani, tavoli, schermo gigante, microfoni e tamburelli. Si noleggiano all’ora, spesso si può ordinare da mangiare, a volte sono anche arredati a tema e le luci psichedeliche effetto disco non mancano mai. Sono l’ideale quando si è in compagnia e serve spazio per ballare.

Se invece si è da soli, si vuole fare giusto una cantatina, un paio di canzoni dopo il lavoro prima di tornare a casa per liberare lo stress oppure per allenarsi in vista della prossima uscita con gli amici, l’ideale è un noraebang micro-stanza, una cabina in cui si può stare al massimo in due e si paga a canzone (di solito con un gettone si cantano un paio di hit).

Nelle grandi città ci sono noraebang in ogni isolato, nelle zone in cui la night life è più viva. Ce ne sono di diversi tipi, dai più cheap e basic a quelli più grandi, arredati in modo ricercato o con vista panoramica sulla città.

Ingresso di un noraebang a Seoul

COME FUNZIONANO

Si sceglie il noraebang, si paga e via, non resta che selezionare il brano con cui esibirsi dal libro delle canzoni: il repertorio è vasto, la musica è per l’80% coreana, ma non mancano grandi classici internazionali. Dall’ultima hit dei BTS fino a Yellow Submarine, passando per canzoni tradizionali coreane e i Ramones.

Si seguono le parole che scorrono sullo schermo con sullo sfondo un video più o meno inerente alla canzone (a volte può essere quello ufficiale, ma molto spesso sono video totalmente casuali) e alla fine dell’esibizione si ottiene un punteggio, anche questo random. Non è facile capire i criteri per ottenere un high score. Ma non importa, non si va per competere.

Anche i coreani più riservati si trasformano all’interno di un noraebang, urlando nel microfono e tamburellando all’impazzata. E non c’è nessuna inibizione a cantare davanti ai propri colleghi o al proprio capo, non importa essere intonati e cantare alla perfezione: quello che conta è stare insieme, divertirsi e liberarsi da un po’ di stress.

Quindi, se si va in compagnia, meglio ricordarsi di non monopolizzare il microfono anche se si canta come Freddie Mercury (impossibile in ogni caso), perché l’obiettivo è far partecipare e divertire tutti. E ci si riesce sempre.

Foto di Actionvance
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Cultura

Il sound di Park Hye Jin

Oggi scopriamo un’altra protagonista della musica da club coreana: Park Hye Jin, producer, dj e rapper attiva da un decennio a partire dal 2018. Insieme a Peggy Gou e la dj Yaeji, Park Hye Jin fa parte del panorama dei musicisti di musica elettronica della Corea del sud da tenere d’occhio.

Park Hye Jin e la sua musica

Nata a Seoul e ora basata a Los Angeles, Park Hye Jin è sia rapper che Dj e producer. Fin dall’uscita del primo EP (If U want it) nel 2018 si è distinta per la sua musica minimale, house e tecno. Dal 2015 al 2017 ha cercato di farsi notare nei club di musica elettronica del distretto di Itaewon di Seoul, ma è stato solo nel 2018 con la produzione del suo primo EP che è riuscita ad attirare l’attenzione locale e internazionale. La famosa rivista di musica Pitchfork ha definito l’EP “If you want” come “un oceano di sentimenti e una musica da club delicatamente complessa”; lo stesso Jamie XX ha condiviso il palco con lei durante una manifestazione benefica a Londra. A partire dunque dal fatidico 2018 si è trovata a partecipare a diversi festival in Europa, ma anche in Australia e in USA. Da ricordare anche la collaborazione con Blood Orange per l’uscita del singolo “Call Me”, e a giugno 2020 l’uscita del suo nuovo EP, How Can I (2020, Ninja tune).

Il primo EP: “If you want”

Per chi ama perdersi in ritmi puliti della tecno e in una house onirica l’EP “If you want it” è un’ottima scelta. Per Park Hye Jin, come anche per l’altra artista sud coreana Yaeji, il mix di inglese e coreano è una cifra stilistica. La musica segue il flusso dei suoi pensieri, la voce è calda e sensuale, in alcuni casi quasi sussurrata. Nell’ascolto ci si perde nelle sue parole in coreano e il ritmo definisce lo spazio, specialmente nel pezzo “If you want”. In “I don’t care” la lingua coreana si intreccia con l’inglese e il ritmo della musica avanza in un crescendo, il suono rimane pulito e minimale. Park Hye Jin ha forse meno ambizioni autoriali di Yaeji, ma bisogna riconoscere che ascoltando la sua musica si ha voglia di ballare!

“How Can I” il nuovo album di Park Hye Jin

“How Can I” è il secondo album della producer sud coreana ed è uscito con Ninja Tune, nota etichetta indipendente londinese di musica elettronica.

L’aspetto interessante di questo nuovo EP è che difficilmente Park Hye Jin si focalizza in un unico genere, che sia house, tecno, rap o trap. La melodia si fonde insieme al ritmo che si modifica a sua volta, ondivago.

Ci piace molto il pezzo che da il titolo all’album, “How Can I”, rappato in inglese e in coreano, Park Hye Jin ripete in loop “how can I call you babe” e la melodia della sua voce diventa anch’essa strumento. Lo stacco poi con una tecno ridotta all’osso con il pezzo seguente, dal titolo sicuramente evocativo : “NO”. Anche in questo caso il coreano compare in un sussurro, che si ripete e che si fonde nel ritmo dance.

Da segnalare anche “How Come”, un pezzo degno di nota, parte con un attacco melodico per poi espandersi in un’orchestra di ritmi e suoni differenti. L’album si chiude poi con “Beautiful” cantato in coreano. Consigliamo l’ascolto di questa musicista a chi ama la musica elettronica e a chi vuole scoprire un’altra Corea del sud più underground e danzante.

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Seollal, il capodanno coreano: come e quando si festeggia

In Corea del Sud il capodanno non è il 31 dicembre: l’inizio del nuovo anno lunare si celebra tra gennaio e febbraio, si chiama Seollal (설날) e nel 2021 sarà il 12 febbraio. 

Seollal è una delle feste principali del paese e dura 3 giorni: oltre al giorno stesso si festeggia anche il giorno prima e il giorno dopo. Per molti coreani è il momento di tornare nella propria città di origine per passare del tempo con i familiari e rendere omaggio agli antenati.

Seollal si celebra con riti tradizionali, giochi popolari e naturalmente cibo e bevande tipiche. Vediamo quali sono!

Riti tipici: charye e saebae

Il primo giorno è il momento del charye: durante questo rito i coreani rendono omaggio ai propri antenati mettendo del cibo davanti alle foto o ai nomi di chi non c’è più. Poi si inchinano e offrono ai loro predecessori il makgeolli, il vino di riso tipico coreano.

Dopo il charye è il momento del saebae: i più giovani si inchinano di fronte ai più anziani e augurano loro “saehae bok mani badeuseyo” (새해 복 많이 받으세요), che significa “Possa tu essere molto fortunato durante questo nuovo anno”. Gli anziani ricambiano l’augurio con parole di buona fortuna e regali o una mancia per i più giovani.

“Saehae bok mani badeuseyo” è l’augurio più usato per il nuovo anno insieme a “haengbokan saehae doeseyo” (행복한 새해 되세요), che significa “felice anno nuovo”.

Seolbim, l’hanbok di Seollal

Spesso durante Seollal si indossa l’hanbok (한복), il vestito tradizionale coreano riservato alle occasioni importanti. Per le celebrazioni di Seollal può essere indossato un hanbok apposito, chiamato seolbim (설빔).

L'hanbok è il vestito tradizionale coreano, usato nelle festività
Ragazza con hanbok, il tipico vestito coreano delle feste. Foto di Johen Redman

Cosa si mangia (e si beve) a Seollal

Il piatto principale di Seollal è il tteokguk, una zuppa preparata con fette di torta di riso, manzo, uova e verdure. Il brodo chiaro e le torte di riso bianche del tteokguk simboleggiano l’inizio del nuovo anno con mente e corpo limpidi.

Jeon (전) e buchimgae (부침개), pancake con verdure, sono un altro piatto comunemente servito sulla tavola in occasione di Seollal, insieme alle costine brasate, chiamate galbi-jjim (갈비찜), e al japchae (잡채), uno stir fried di noodle di fecola di patate dolci, cotti in olio di sesamo con l’aggiunta di verdure, solitamente funghi, carote, cipolla, spinaci, salsa di soya e a volte carne di manzo. E l’immancabile kimchi.

Per accompagnare questi piatti si servono tipicamente sujeonggwa (수정과) e sikhye (식혜). La sujeonggwa è una specie di punch con zenzero e cannella, mentre lo sikhye è fatto con il riso. Sono bevande dolci, spesso servite come dessert alla fine del pranzo.

Yutnori, il tipico gioco di Seollal

Seollal è un’occasione per passare del tempo insieme in famiglia, e di divertirsi con i giochi tradizionali: aquiloni, giochi con la palla, jegichagi (un gioco fatto con una specie di volano di carta) e sopratutto yutnori. Yutnori è un tipico gioco da tavola coreano con regole molto semplici; le partite coinvolgono tutti i membri della famiglia, di qualsiasi età.

Il gioco dello yutnori, immancabile a Seollal
Yutnori, il tipico gioco da tavola di Seollal. Foto: National Institute of Korean Language

Regali tipici di Seollal

Ovviamente i regali variano di famiglia in famiglia, ma tra i regali tipici per i genitori ci sono miele, ginseng, prodotti per la salute e poltrone massaggianti, che in Corea vanno forte. Abbondano i set da bagno oppure quelli gastronomici, con l’immancabile Spam (ai coreani piace moltissimo), dolci tradizionali (hangwa), pesce secco e frutta.

Il 2021: l’anno del bue

Seollal è una di quelle tradizioni uniche coreane che contribuiscono a rafforzare il senso di identità culturale del paese. Si basa sul ciclo lunare e, come il calendario cinese, ogni anno è rappresentato da un animale differente, che si ripete ogni 12 anni: topo, bue, tigre, coniglio, drago, serpente, cavallo, pecora, scimmia, gallo, cane e maiale. Ad ogni anno corrispondono determinate caratteristiche e per i coreani l’anno di nascita influenza il carattere e il destino. Il 2021 sarà l’anno del bue, che simboleggia onestà e duro lavoro. 

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Cultura

Il Professor Cho Min Sang tra Italia e Corea del Sud

Negli ultimi anni l’interesse per la Corea del Sud, per la sua lingua e per la sua cultura è cresciuto sempre di più in tutto il mondo e naturalmente anche nel nostro paese. Anche in Italia si moltiplicano i corsi per imparare l’hangul, crescono i fan di k-pop e gli appassionati di cinema e serie coreane.

Ma non è sempre stato così. A metà degli anni ’80 in Italia di Corea del Sud si sapeva ben poco e uno studente coreano all’università di Milano era una rarità. Lo sa bene il Professor Cho Min Sang, creatore nel 1996 del primo Centro Ricerche Culturali fra Corea e Italia (CRICCI), oggi professore di Lingua e cultura coreana contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano.

Che ci racconta la sua storia tra Corea e Italia, a cominciare dal suo arrivo come studente universitario nel 1986…

Il Professor Cho Min Sang si racconta

Buongiorno Professor Cho, grazie per aver accettato di raccontarsi con noi! Partiamo dalla sua storia: come mai ha deciso di venire in Italia?

Dopo essermi laureato in Corea mi venne la grande voglia di approfondire la mia conoscenza sull’origine della cultura occidentale. Per questo motivo decisi di studiare in Italia, che diede l’origine all’Europa. Arrivai in Italia nel 1986 e mi iscrissi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano per studiare l’antica storia romana e greca.

E’ stato tra i primi a divulgare la cultura Coreana in Italia. Ci racconta la sua esperienza con “Noi, Cricci” ?

Nel 1986, quando arrivai in Italia, il mio paese (la Corea del Sud) non era molto conosciuto dagli italiani. Ero uno dei pochissimi orientali che frequentavano l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in quell’epoca. Parecchi studenti italiani, con curiosità, mi chiesero da dove provenissi. “Sei giapponese?” – “No.”  “Sei cinese?” – “No.”  Mi aspettavo che mi avrebbero chiesto se io fossi coreano, ma i nomi dei paesi pronunciati di seguito da loro erano filippino, vietnamita, tailandese …

Seoul Corea del Sud
Foto di Sujin Lee

Dopo i miei continui no, mi chiesero con un tono seccato “Allora di dove sei?”  Alla mia risposta che io ero coreano, replicarono “Nord coreano?” con grande convinzione…

Prima di venire in Italia, pensavo che il mio paese fosse conosciuto abbastanza bene. Ma la ripetizione di episodi come questo avevano ferito molto il mio orgoglio di coreano.

Da quel momento ho deciso di dedicarmi alla divulgazione della cultura coreana in Italia. Così nel 1996 con passione e ambizione giovanile ho istituito il Centro Ricerche Culturali fra Corea e Italia (in acronimo CRICCI) a Milano. 

Ho cominciato a scrivere alcuni libri e a organizzare varie attività culturali per far conoscere la Corea, tra cui la pubblicazione periodica di “Noi, Cricci”, il mensile che offriva delle informazioni culturali e attuali sulla Corea scritto in italiano. Era la mia opera più importante e storica.

Le copie di “Noi, Cricci”, la cui tiratura era di 5000 pezzi ogni mese, venivano spedite agli enti strategici: al Quirinale, al Ministero dei Beni e culturali, al Viminale, al Comune di Milano, quello di Roma, all’Ambasciata di Corea, all’Ambasciata d’Italia, all’Ufficio del turismo di Milano, nonché a varie aziende italiane che hanno a che fare con la Corea. Le novità e la qualità di “Noi Cricci” sono state molto apprezzate anche oltre al periodo di pubblicazione (gennaio 2005 –gennaio 2008).

Ha avuto grande successo soprattutto nel periodo in cui non si parlava ancora di “Onda Coreana, Hallyu”. Purtroppo ho dovuto sospenderne la pubblicazione per motivi economici: procuravo i fondi insegnando italiano ai coreani che studiavano in Italia. Non avendo nessuna sovvenzione da parte degli enti istituzionali coreani tranne le pubblicità di Samsung, LG e Daewoo, era sempre difficile continuare a mantenere le attività culturali. Nel 2010, alla fine, era arrivato il momento di chiudere Cricci, ma dallo stesso anno ho avuto un’altra opportunità: insegnare lingua e cultura coreana all’Università di Milano.

Anche se sono passati tanti anni dall’ultima pubblicazione di “Noi, Cricci”, mi rimane e rimarrà sempre il grande dispiacere di non aver potuto continuare, ma mi consolo di aver seminato per primo la cultura coreana e costruito la base di Hallyu in Italia.

Sono molti gli studenti italiani che decidono di imparare il coreano? Qual è la motivazione principale che spinge gli allievi a studiare il coreano?

Il numero degli studenti aumentava ogni anno, arrivando a circa 60. Ma nel 2020 gli iscritti erano più di 150!  All’inizio ovviamente K-Pop e K-Drama regalano la motivazione di imparare il coreano, ma la scoperta della cultura coreana in cui si trova il missaggio dell’affascinante tradizione e la meravigliosa tecnologia spronano a approfondire gli studi sulla Corea.

Seoul Corea del Sud
Foto di Valery Rabchenyuk

Quali sono le principali difficoltà degli studenti italiani nell’imparare il coreano?

Siccome i caratteri coreani sono molto esotici e la grammatica è molto diversa da quella italiana, il primo impatto è abbastanza duro. Ma non è tanto difficile comprendere i caratteri coreani in quanto non sono ideogrammi, ma alfabetici, inventati secondo un sistema molto scientifico.

Ci potrebbe indicare qualche risorsa online per migliorare l’apprendimento del coreano? Ha qualche consiglio per chi decide di imparare questa lingua?

Il sito Corea.it è davvero un capolavoro per chi vuol conoscere la Corea. L’autore del sito Valerio Anselmo è un ex docente dell’Università di Napoli e dell’Università coreana degli Studi stranieri. Lui sta dedicandosi a divulgare la Corea in Italia senza sosta.

Per imparare il coreano ci sono corsi privati, ma di solito offrono un livello di base. Invece, io ho istituto i corsi on line per chi vuole arrivare ad un certo livello e sto scrivendo il nuovo libro di grammatica coreana.

Quale città coreana consiglierebbe a uno studente italiano per fare un’esperienza di studio / lavoro in Corea?

Io consiglio di andare a Seul oppure nella Regione di Gyeonggido, perché la pronuncia di questa zona è standard, e dopo gli studi si ha maggiore possibilità di trovare il lavoro.

Ha qualche film o libro (in coreano) da consigliare a chi ha già una conoscenza base / intermedia del coreano?

Ci sono tanti libri di favole coreane per i ragazzini, ma non sarà facile procurarli qui in Italia. Io consiglio di leggere i giornali coreani nel web. La scrittura dei giornalisti di solito è molto corretta ed esemplare.

Università della Corea del Sud
Foto di Stephanie Hau

Professor Cho Min Sang potrebbe consigliare un film e un libro (in italiano) a chi invece sa poco della Corea del Sud e vuole avvicinarsi alla sua cultura…

Come film coreani consiglio:

– Kim Ji Young: Born 1982 di KIM Do Young;

 – Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera di KIM Ki Duk;

 – Parasite di BONG Jun Ho;

E come libri:

– L’uccello dalle ali d’oro – LEE Munyol, tradotto da M. Riotto;

– Memorie di un assassino – KIM Young Ha, tradotto da Andrea Benedittis;

– La lunga stagione della pioggia – Helen KIM, tradotto da Francesco Saba Sardi;

– Cantico di frontiera – HAN Mahl Sook, O barra O.

Ringraziamo ancora il Professor Cho Min Sang per i suoi racconti, per il suo contributo alla diffusione della cultura coreana in Italia e per i suoi consigli! Per chi volesse approfondire le informazioni sui suoi corsi di coreano: https://www.facebook.com/prof.mscho.

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Cultura

3 Artisti contemporanei sud coreani

Quando parliamo di Corea del Sud, si pensa immediatamente al cibo (almeno noi ci pensiamo 🙂 ) alla sua cultura, ai suoi film e al K-pop. E cosa dire dell’arte? Non tanto le pratiche artistiche che si svilupparono negli anni dei tre regni coreani di Goguryeo, Baekje e Silla, ma dell’arte degli artisti contemporanei sud coreani.

In questo primo articolo sull’arte contemporanea coreana, abbiamo scelto di parlarvi di questi tre artisti contemporanei sud coreani, Cho Sung -Hee, Suki Seokyeong Kang e Do Ho Suh, che rappresentano tre diverse generazioni di artisti coreani contemporanei.

Cho Sung -Hee, artista visionaria

Nata in Coreane nel 1949, crea immagini narrative relazionando i colori e la texture dell’ Hanji, una carta fatta a mano che si ricava dalle foglie macinate dagli alberi di gelso.

Nei suoi lavori si esprime attraverso una superficie monocromatica, ispirandosi al movimento artistico coreano nato negli anni ’50 con il nome “Monochrome Art Movement”. Il movimento unisce il modernismo occidentale con la cultura artistica coreana. Gli artisti che hanno seguito questo movimento, il Danseakhwa, hanno dato vita ad un’arte che esplora il colore. I materiali, l’utilizzo dei colori e le azioni presenti nei lavori di questi artisti si rifanno ad uno specifico obiettivo storico e sociale che varia per ciascun artista. Sarebbe infatti riduttivo paragonare il Danseakhwa al minimalismo occidentale.

La superficie delle opere di Cho Sung – Hee si forma con un metodo di collage, dove ogni elemento cartaceo viene tagliato a mano e strappato in piccoli cerchi. Viene poi messo sulla tela poggiandolo su dei supporti, fatti di carta arrotolata. Il risultato è un effetto tridimensionale che ricorda una fioritura. Il richiamo alla natura è forte. Nelle opere troviamo la complessità armonica del mondo naturale riprodotto con misura e disciplina. Le tele sembrano quasi dei mandala; la singola azione si fonde in un quadro più ampio e il dettaglio è parte del tutto. Nella sua arte si ritrovano aspetti meditativi e una suggestiva sensibilità orientale, dove si fondano le influenze del buddismo e taoismo. Le sue opere sono state esposte tra gli altri al Museum of Contemporary Art (Seoul), al Sejong Art Center (Seoul) e al Telentine Art Center (Chicago).

Suki Seokyeong Kang, artista multimediale

Nata a Seoul nel 1977 è considerata un’artista multimediale. Tra le sue opere troviamo dipinti, sculture, installazioni e coreografie che si inspirano alla cultura tradizionale coreana. La pratica multiforme di Suki Seokyeong Kang si focalizza sul ruolo dell’individuo e sullo spazio. Le sue opere si collocano tra l’astratto e il figurativo, creando un linguaggio visuale bilanciato ed armonico. L’obiettivo di Suki Seokyeong Kang è di indagare lo spazio, non solo da un punto di vista estetico, ma concettuale. Lo stesso dipinto diventa uno spazio e non solo una tela piatta appesa al muro. La sua ricerca di basa proprio su un concetto di paesaggio in 3D dove si intersecano discipline artistiche differenti. Suki Seokyeong Kang si dedica in modo particolare alla pittura. I suoi dipinti vengono sempre inseriti in contesti artistici articolati, dove il passato si intreccia con il presente.

Nel 2019 ha partecipato alla Biennale d’arte a Venezia con l’installazione “Land Sand Strand“. In quest’opera si è ispirata a Jeongganbo, una notazione musicale tradizionale coreana che si richiama ai canti di primavera degli uccelli rigogoli.

Il concetto di casa dell’artista contemporaneo sud coreano Do Ho Suh

Nato a Seoul nel 1962 Do Ho Suh è uno sculture coreano. Nel 1991 si trasferisce negli Stati Uniti vivendo tra New York, Londra e Seoul. Ispirandosi alla sua storia di migrante, la sua ricerca artistica parte proprio dal concetto di “casa” ; è proprio la non appartenenza ad un luogo preciso a caratterizzare l’intera opera dell’artista coreano. Le sue installazioni fanno del tema della casa un argomento centrale e non mancano i riferimenti a temi attuali come la migrazione.

La riflessione di Do Ho Suh solleva il dubbio, su cosa voglia dire oggi “appartenere ad un luogo preciso” . Si chiede se infondo, in questo contesto globalizzato, abbia ancora senso definirsi in relazione ad uno spazio territoriale e alla sua storia. Lui stesso vive questo dilemma, la sua vita è stata itinerante e non si sente di appartenere totalmente ad un luogo solo. Tra le sue installazioni più emblematiche troviamo  Home Within Home, realizzata per il National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul.

artista contemporaneo sud coreano Do Ho Suh - opera

L’ opera rappresenta le strutture delle due case abitate dall’artista , una la casa americana nel Rhode Island e l’altra, che si trova dentro la prima, una seconda casa in tipico stile asiatico. Quest’ultima casa è la rappresentazione della casa paterna dove ha trascorso i primi anni della sua infanzia.

L’opera è realizzata con un velo di tessuto semitrasparente, che come la memoria, è presente, ma dai contorni indefiniti, quasi sospesi. La scelta dell’artista è di unire ad un materiale leggero una struttura maestosa. Nasce un’idiosincrasia che riflette quanto passato e presente possano coesistere in uno stesso luogo, che nello stesso tempo “è” e “non è” .

Lo spettatore diventa parte di questa costruzione fantasma ed attore dello spazio psicologico dell’artista. L’ arte di Do Ho Suh spinge a porsi delle domande su quanto i luoghi definiscano o meno l’individuo. La casa, che spesso è vista nell’immaginario collettivo come rifugio, diventa un luogo dove perdere le coordinate perché mutevole e trascendente.

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Cibo

I JANG: cosa sono i condimenti tipici coreani

In Corea del Sud esistono dei condimenti unici, che racchiudono e esprimono tutta l’eccezionalità della cucina coreana: sono i Jang, immancabili in ogni dispensa.

Anche i Jang come il kimchi sono prodotti attraverso la fermentazione. Sono ingredienti coreani al 100% che aggiungono sapore e complessità ad ogni piatto, dal bibimbap alle zuppe, agli stufati, alle salse.

Onggi e jang
I Jang più comuni: ganjang, doenjang e gochujang e gli onggi in cui fermentano

I JANG – COSA SONO

I Jang sono paste fermentate naturali che oltre a conferire sapori intensi e peculiari, grazie a mesi di fermentazione aiutano a rafforzare il sistema immunitario e a rallentare l’invecchiamento.

I principali Jang sono: Doen-jang (pasta di soia), Gan-jang (salsa di soia) e Gochu-jang (pasta di peperoncino).

Questi tipici condimenti coreani si usano con tantissimi cibi differenti, in Corea del Sud vengono usati per insaporire praticamente ogni piatto.

Ma come si ottengono i Jang?

I JANG – MEJU, FERMENTAZIONE E ONGGI

La salsa di soia, la pasta di soia e la pasta di peperoncino fanno parte della stessa famiglia: vengono tutte chiamate Jang e per ottenerle si parte dai fagioli di soia.

Sul finire dell’autunno la soia bianca viene fatta bollire per almeno 6 ore e poi compressa in blocchi, i meju

Se la lavorazione è artigianale, i blocchi vengono legati con della paglia di riso, che conferisce i batteri utili alla fermentazione (Bacillus subtilis). Successivamente vengono fatti essiccare per 15 giorni. La polvere bianca (muffa) che ricopre i blocchi di meju al termine di questo periodo è il segnale dell’avvenuta fermentazione. 

Dopo la fermentazione i meju vengono trasferiti in grossi contenitori di terracotta riempiti con acqua salata (gli onggi), lasciati all’esterno per un paio di mesi esposti a sole, vento, pioggia e neve. 

Negli onggi i Jang fermentano
Gli onggi, grossi vasi di terracotta con coperchio, usati per produrre i Jang

È quindi il momento di separare il liquido scuro dal meju. Questo liquido diventerà ganjang, salsa di soia, che invecchia nel proprio jangdok (l’onggi per la salsa di soia) per un tempo variabile da qualche mese a qualche anno, a seconda dell’intensità desiderata. La parte solida restante è invece il doenjang.  

E il gochujang? Per fare la pasta di peperoncino si mescola il meju fatto seccare e ridotto in polvere con una pastetta di riso glutinoso e peperoncino, e poi viene fatto nuovamente fermentare.

Gochujang e onggi
Un onggi di gochujang

Nella produzione di Jang a livello industriale, la fermentazione del meju viene accelerata inoculando delle muffe (Aspergillus oryzae) e essiccando a temperature elevate.

I JANG PIÙ COMUNI

Ci sono molti Jang differenti, ma i più diffusi nelle cucine coreane sono 3: ganjang (salsa di soia), doenjang (pasta di fagioli di soia) e gochujang (pasta di peperoncino). 

Sunchang
Una casa di Sunchang, città famosa per il suo gochujang, che ogni anno ospita il “Fermented Soybean Product Festival”

GANJANG

La salsa di soia coreana, chiamata ganjang, è molto simile nel gusto alla salsa di soia giapponese o cinese, ma non contiene glutine. L’intensa fermentazione le dona un sapore deciso e sapido, perfetto per condire verdure, stufati e zuppe.

DOENJANG

Il doenjang è una salsa fondamentale per un coreano, da tenere sempre in cucina, mischiandola con altri ingredienti in cottura oppure aggiungendola alla fine. La lunga fermentazione conferisce al doenjang un odore molto intenso, paragonabile a quello di un formaggio invecchiato. È simile al miso, ma più forte e sapido.

Il doenjang si può usare per le marinature o come salsa di accompagnamento, e costituisce la base di molte zuppe e stufati.  È anche l’ingrediente principale del ssamjang, la salsa rossa presente in ogni barbecue coreano, da spalmare sulla foglia di lattuga prima di farcirla con gli altri ingredienti. 

GOCHUJANG

Il gochujang è il più famoso dei 3 Jang, nonostante sia il più giovane: il peperoncino si è diffuso in Corea solo a partire dal 1600. Con il suo sapore fruttato e piccante è uno dei prodotti coreani più famosi del mondo.

È l’ingrediente maggiormente incisivo della cucina coreana, va usato facendo attenzione alle dosi: tende a coprire ogni altro sapore se usato in quantità eccessive. Perfetto nelle marinature e nelle salse da intingere, è ottimo come condimento per il bibimbap insieme all’olio di sesamo, oppure mescolato con aceto e zucchero per il pesce crudo. 

Ci sono ricette tipiche da realizzare con ogni Jang? Certamente! Seguiteci per scoprirle, ne parleremo in uno dei nostri prossimi articoli!

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Cultura

Il sound di Yaeji tra Corea del Sud e Stati Uniti

Abbiamo dato ritmo a queste feste natalizie ascoltando la musicista Kathy Yaeji Lee conosciuta come Yaeji. Nata in Corea nel 1993 basata ora a New York è nota per la sua musica elettronica che riesce a fondere insieme paradigmi culturali differenti: quello coreano e quello americano.

Yaeji è DJ, producer, rapper, cantante e graphic designer; si afferma nella scena musicale americana grazie alla sua musica drum – heavy e al timbro della sua voce. Sono diverse le influenze che attraversano la sua musica, prima fra tutte la sua vita divisa tra USA e Asia.

Nata a New York, cresce ad Atlanta per poi tornare in Corea del Sud insieme alla famiglia dove ha la possibilità di studiare in una scuola americana. Per un breve lasso di tempo, studia anche in Giappone, per poi tornare negli Stati Uniti per studiare arte concettuale, East Asia Studies e graphic design al Carnegie Mellon. Lei stessa riconosce che tutti questi viaggi hanno influenzato la sua musica, nel suo album “EP2”, dove parla proprio della sua esperienza mentre cresceva tra Atlanta e la Corea del Sud e l’idiosincrasia che sperimentava. Negli Stati Uniti era diversa dagli altri in quanto asiatica e in Corea, seppur “uguale” agli altri, riusciva ad esprimersi meglio in inglese che in coreano. Nella sua musica questi due mondi si incontrano in un sound preciso e al tempo stesso sfuggente.

L’album “EP2”

Nel 2017 riesce a farsi notare nel panorama musicale della Grande Mela con l’uscita dell’album “Ep2”. Riesce ad unire il ritmo house, dance con delle inserzioni vocali in lingua coreana, che richiamano alle sue origini. La voce della producer, specialmente nel brano “Feelings Changes”, è eterea; lo sfondo elettronico viene attraversato da una campionatura di echi e voci. Con “Raingurl” si torna ad un ritmo house, pulito, dove si alternano momenti cantati in inglese e coreano. Il testo è semplice e viene ripetuto in loop, la scelta della producer coreano-americana è una musica minimale, sussurrata, ma precisa e attenta al dettaglio. In “Drink I’m Sippin On” sceglie un ritmo hip pop, bassi profondi che si intrecciano con un ritornello in lingua coreana.

L’aspetto che ci ha più colpito di questa musicista è la capacità di fondere diverse influenze; Oriente ed Occidente sfumano nel ritmo di questa artista.

“What we Drew”, il nuovo album di Yaeji

L’ascolto di questo album è come guardare un quadro impressionista, le sottili pennellate creano una visione d’insieme, ma solo nella somma dei colori si scorge l’immagine totale. Le sonorità sono scelte con cura dando vita ad un’atmosfera onirica. Ci accompagna la voce di Yaeji delicata, che diventa essa stessa suono sfumando nel flusso sonoro.

Ogni traccia è indicata con il suo titolo in inglese e a fianco in coreano, la partitura occidentale si affianca a quella orientale. Il viaggio musicale di questa producer è attraverso questi due mondi. Si passa dall’hip pop di “Money can’t buy” alla filastrocca in coreano di “Spell 주문” fino all’ambient di “Never settling down”.

Un album quasi sartoriale per la sua capacità di curare il dettaglio, delicata e precisa nella realizzazione del sound, ci si sente avvolti da una melodia poliforme e perfetta.

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Le 12 regole principali per bere alcolici in Corea

Gli alcolici sono molto presenti nella vita sociale e lavorativa in Corea del Sud e con circa 119.000 bar e pub nel paese, è praticamente impossibile non essere coinvolti in questo aspetto culturale coreano.

Soju e makgeolli sono le bevande alcoliche più iconiche e diffuse, anche se il consumo di vino (rosso in particolare) è in crescita, soprattutto tra i più giovani, che considerano obsolete le tipiche bevande coreane. 

Soju
Il soju, il più popolare alcolico coreano, è un distillato di riso, orzo o frumento

L’alcol non manca mai quando si festeggia, per rendere omaggio agli antenati, nelle uscite con gli amici e con i colleghi di lavoro. 

La cultura di bere alcolici con i colleghi, l’hoesik

In Corea del Sud è molto comune uscire a bere con i colleghi di lavoro e anche con i propri capi. Non è scritto nel contratto, ma l’hoesik, cioè uscire a bere una volta alla settimana – o al mese – dopo una giornata di lavoro con i colleghi, fa parte della vita lavorativa stessa ed è qualcosa che non si può rifiutare con un semplice “Questa sera sono stanco”.

Anche i superiori partecipano a queste serate, senza che il party ne risenta. Spesso è un’escalation di birra, soju e infine whisky. Negli ultimi anni gli hoesik non avvengono più con la stessa frequenza del passato, ma sono una pratica ancora molto diffusa.

Origini della drinking culture in Corea del Sud

In Corea del Sud si distillano alcolici da più di 1000 anni e il loro consumo si basa su regole precise: le radici della drinking culture coreana risalgono al quattordicesimo secolo, quando durante le Hyanguemjurye, le riunioni dei seguaci del confucianesimo, si discuteva e si beveva parecchio, sempre mostrando buone maniere e seguendo un’etichetta precisa. 

Gli insegnanti invitavano i discepoli più giovani a rispettare gli anziani e a bere in modo educato e questo ancora avviene oggi: i genitori e i nonni coreani insegnano ai nipoti e ai figli le regole da seguire quando si consumano alcolici. 

Non è necessario che i turisti si attengano a queste regole; alcune possono essere difficili da ricordare, soprattutto quando la mente non è lucidissima dopo qualche bicchiere. Quando si beve tra amici si è più rilassati e meno formali, ma quando si è in compagnia di qualcuno più anziano o gerarchicamente superiore in ambito lavorativo… è bene tenerle presenti!

Le 12 regole principali per bere alcolici in Corea

  1. Bisogna sempre versare da bere agli altri prima di bere dal proprio bicchiere.
  2. Il più anziano viene servito per primo e beve per primo (e per sapere chi è il più anziano… basta chiedere! In Corea del Sud è normale chiedere l’età di una persona anche al primo incontro).
  3. Il più giovane versa da bere.
  4. Bisogna sempre usare due mani per versare da bere a qualcuno, tenendo la bottiglia con la mano destra e sostenendo il polso destro con la mano sinistra.
  5. Quando si riceve da bere, bisogna tenere il bicchiere con due mani.
  6. Si deve aspettare che un bicchiere sia vuoto prima di riempirlo.
  7. Versarsi da bere da soli è considerato un gesto scortese. 
  8. Il primo giro si beve “alla goccia”, tutto d’un fiato. I giri successivi si sorseggiano con più calma.
  9. Quando si brinda con qualcuno di più anziano, bisogna tenere il proprio bicchiere leggermente più in basso.
  10. I più giovani si girano di lato, si coprono la bocca e non guardano negli occhi i più anziani mentre bevono.
  11. Il modo migliore per non offendere nessuno se non si ha più voglia di bere è lasciare il bicchiere mezzo pieno. 
  12. Rifiutare da bere può provocare sguardi di riprovazione. È meglio declinare in modo educato. Se si stanno assumendo farmaci, in caso di allergie, gravidanza oppure se bisogna mettersi alla guida è opportuno informare tempestivamente i propri compagni di bevuta.
Quando si brinda con qualcuno di più anziano, bisogna tenere il proprio bicchiere leggermente più in basso
foto @thecreativv

Ai coreani piace mescolare diversi tipi di alcol insieme. I poktanju (“bomb drinks”) sono molto diffusi: whisky e birra o soju e birra (somaek) sono i mix più diffusi. Spesso una serata fuori a bere con gli amici o i colleghi dura a lungo, prevede diverse tappe in vari locali e una visita a un karaoke.

Rimedi coreani per l’hangover

E se la sera prima si ha esagerato con l’alcol? In Corea del Sud esistono una serie di “rimedi” e antidoti da hangover. Le zuppe piccanti haejangguk (letteralmente “zuppa scaccia hangover”) sono la scelta più popolare, e tra queste spicca la bukeoguk con pesce secco, acciughe, tofu e uova, tutti ingredienti ritenuti efficaci per far passare il mal di testa. Per i vegetariani c’è la kongnamulguk, la zuppa di germogli, che aiuta a eliminare l’alcol dal corpo.

E se avete dei desideri da realizzare, sappiate che in Corea ricevere l’ultimo goccio da una bottiglia porta fortuna! 

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The best of Daejeon: la nostra top 10

Situata nel centro del paese e circondata dalle montagne Daejeon, un tempo chiamata Hanbat, ‘ampio campo’ in coreano, ospita il KAIST – Korea Advanced Institute of Science & Technology e 18 università. Conosciuta come la “Silicon Valley dell’Asia”, nel 1993 è stata sede dell’Expo e nel 2000 delle Olimpiadi di Matematica. 

È una città comoda per gli studenti e per chi cerca una metropoli più tranquilla, vivibile e slow della vicina Seoul (raggiungibile in meno di un’ora di treno). 

Non è il primo posto che si inserisce di solito nell’itinerario must see in un viaggio in Corea del Sud, ma visitare una città con pochi turisti spesso ha dei grandi vantaggi.

Daejeon library @yonghyunlee
Libreria di Daejeon – foto @yonghyunlee

Tra terme per i piedi a cielo aperto, uno dei mercati più autentici del paese e foreste con sentieri di argilla rossa su cui camminare scalzi, Daejon riserva delle piacevoli sorprese. E poi c’è Sung Sim Dang, che non è uno scioglilingua ma la pasticceria – panetteria – caffetteria più famosa (e buona!) della Corea. Solo per questo varrebbe già il viaggio! 

La nostra top ten di Daejeon

1. Hanbat Arboretum

Il più grande arboreto urbano artificiale della Corea del Sud si trova a Daejeon, nel centro della città. Si estende su 37 ettari tra Government Complex e l’EXPO Science Park. Perfetto per un’immersione nel verde, per conoscere nuove specie di piante e fiori e per una passeggiata rilassante.

Nel West Garden ci sono altissime conifere, salici e querce. L’East Garden è composto da un frutteto, un giardino delle rose, uno roccioso, uno delle erbe medicinali e uno delle magnolie. Nel giardino tropicale si contano più di 9000 piante esotiche di 200 specie differenti.

Ci sono anche un lago e un parco per i bambini, con giochi di movimento da azionare pedalando o con pannelli solari e un’ampia piazza perfetta per imparare ad andare in bicicletta (si possono noleggiare bici per bambini e adulti).

Il parco dell'Hanbat Arboretum di Daejeon
L’Hanbat Arboretum è una meta ideale per una passeggiata nel verde con bambini

Vicino all’Hanbat Arboretum si trovano il Daejeon Arts Center e il Daejeon Museum of Art.

2. Sung Sim Dang 

Questa famosissima bakery è sempre super affollata, ma mettetevi pazientemente in coda e aspettate il vostro turno. Non ve ne pentirete.

Entrate, inspirate l’aroma dolce e delicato, prendete un vassoietto, un paio di pinze per afferrare le delizie che sfornano e percorrete le corsie scegliendo cosa assaggiare.

Non perdetevi il fried soboro, il loro best-seller da 30 anni, un bun dolce con una crosticina streusel, ripieno di pasta di fagioli rossi. C’è anche la versione con crema pasticciera. Anche i bignè con panna montata e fragole, i croissant al cioccolato, i panini con il kimchi sono buonissimi. Al piano sopra c’è una caffetteria dove proseguire con gli assaggi.

Nonostante la sua enorme popolarità, Sung Sim Dang ha scelto di non aprire altre filiali o un franchising in altre città. Per provare le sue delizie bisogna andare a Daejeon.

Il negozio principale è nella zona di Jung-gu, nei pressi della Jungangno Station. Un piccolo Sung Sim Dang si trova anche alla Daejeon Central Station, ideale per fare rifornimento prima di un viaggio o per portare un regalo sempre gradito a qualcuno.

3. Yuseong Hot Spring e Foot spa

Se anche voi pensate che le terme siano una gioia e una fonte di relax, a Daejon trovate quelle più antiche di tutta la Corea, dove immergervi in un’acqua che sgorga da 200 metri di profondità, tra i 27 e i 56 gradi.

Le acque delle Yuseong Hot Spring contengono potassio, calcio, zolfo, zinco e tracce di radio, conosciuto per i suoi effetti benefici per la pelle e per problemi neurologici e gastrointestinali.

Secondo la leggenda furono scoperte da un soldato durante la dinastia Baekje, nel settimo secolo. Da allora non hanno mai smesso di curare le irritazioni, alleviare le tensioni e rendere la pelle morbida e la mente un po’ più rilassata. 

Se siete di fretta e non avete tempo per le terme complete, ci sono le Yuseong Foot Spa, delle “terme per i piedi”. Lungo una passeggiata in pietra costeggiata da alberi e fiori troverete delle basse piscine all’aria aperta (gratuite). Sedetevi sui muretti e immergete i piedi nelle acque termali. Beneficio assicurato.

4. Gyejoksan Mountain Red Clay Trail

Gyejoksan è una montagna di 429 metri a est di Daejeon. Circa a meta della sua altezza ospita un’antica fortezza (la Gyejoksanseong Fortress) e il Jang-dong Forest Park.

A renderla famosa è il sentiero di argilla rossa (Hwangtogil Trail) che la attraversa, creato per camminare a piedi nudi nella foresta. Lungo 14 chilometri, per percorrerlo tutto ci vogliono circa 5 ore. In autunno e in primavera camminare scalzi sul sentiero è il modo migliore per esplorare la foresta e fare un’esperienza diversa. Da quando è stato creato attira sempre più turisti e appassionati di barefoot-walking (con apposito festival dedicato in autunno).

Gyejoksan Mountain Red Clay Trail
Il sentiero di argilla rossa da percorrere a piedi nudi della Gyejoksan Mountain

Camminando a piedi nudi sull’argilla rossa i piedi riacquistano libertà e tatto. È un’esperienza divertente e realmente apportatrice di benessere. Camminare a piedi nudi fa bene alla circolazione e all’insonnia e ritrovarsi con i piedi arancioni dopo qualche passo è divertente.

Alla fine del sentiero ci sono delle postazioni ben organizzate in cui sciacquarsi i piedi e asciugarli con appositi soffioni di aria. Dettagli di praticità coreana.

È perfetto anche per le famiglie con bambini, la pendenza è poca e ci sono aree attrezzate per picnic con scivoli e giochi.

5. Ppuri Park

Il “Parco degli antenati” non è un parco come gli altri. Situato tra la Bomunsan Mountain e la Banghwasan Mountain, è decorato con 136 sculture in pietra, ciascuna con inciso uno dei cognomi tipici coreani e una piccola storia del nome. È perfetto per conoscere qualcosa in più sulla genealogia coreana.

Oltre alle statue si trovano un “bosco ricreativo”, con un museo dedicato alla genealogia, un laghetto con delle barche a forma di papera che si possono noleggiare, un osservatorio naturale e la Deep-rooted Spring che simboleggia i 12 jisin, le dodici divinità della Terra.

Il parco è a ingresso gratuito.

6. National science museum

Il National Science Museum di Daejeon è una tappa da non mancare. Offre una serie di mostre interattive dedicate alle scienze naturali, all’evoluzione dell’uomo, un planetario, una biosfera ed è gratuito. Il treno a levitazione magnetica Maglev train (su cui si può fare un giro!) e la storia dello sviluppo della tecnologia sono due chicche.

Il National Science Museum si trova all’interno dell’EXPO Science Park, creato per rivitalizzare l’area del Taejon EXPO 1993. Tra i padiglioni futuristici svetta la Hanbit Tower, un osservatorio alto 93 metri, da cui è possibile godere di una panoramica della città.

Hanbit Tower Daejeon
I 93 metri dell’Hanbit Tower dell’Expo Park di Daejeon – foto di @rawkkin

7.  Jangtaesan Recreational Forest

Una riserva naturale con 12 chilometri di sentieri per camminare vi aspetta a Jangan-dong, Seo-gu nella valle a sud di Daejeon. Gli abitanti di Daejeon spesso vengono qui per il weekend. Si può campeggiare o affittare un bungalow di legno per immergersi nella natura tra cipressi, alberi di ginkgo e metasequoie. Ci sono aree attrezzate per fare ginnastica all’aperto e parchi per i bambini.

La Jangtaesan Forest a sud di Daejeon
La Jangtaesan Forest – foto di @rawkkin

8. Sky Road

Nel mezzo della zona dello shopping di Daejeon, dalla fermata di Jungang-ro in direzione sud, c’è un’area pedonale con negozi di vestiti, elettronica, cosmetici, bar, noraebang (karaoke) e ristoranti. 

Nel 2013 hanno creato per questa via un tetto fatto di LED lungo 214 metri e alto 20, che illumina l’area dal tramonto in poi con immagini animate. Si passeggia sotto un cielo artificiale di farfalle, pianeti, fuochi d’artificio e (naturalmente) pubblicità. Molto futuristico.  

9. Daejeon Jungang Market

Il  Daejeon Jungang Market è un autentico mercato tradizionale coreano frequentato da locals

Situato nei pressi della Daejeon Station è un mix di mercati più piccoli (Jungang General Market, Jungang Arcade market, Jungang Wholesale Market e Jayu Wholesale Market) per un numero infinito di bancarelle e negozietti di vestiti, cosmetici, erbe medicinali, ceramiche, casalinghi, hanbok (i vestiti tradizionali coreani) e ovviamente cibo.

Ci sono una miriade di proposte alimentari, dal pesce al pollo al kimchi e tantissimo street food. Potete sbizzarrirvi tra hotteok (pancake ripieni di miele, arachidi e cannella), mandu (ravioli), kimbap (rotolini di alghe, riso, verdure e altri ingredienti), janchi guksu (noodles in brodo) e nurungji (cialde di crosta di riso bruciacchiata, tipiche coreane).

Il Jungang Market di Daejeon, un'altra tappa del nostro Daejeon Best of
Rimedi naturali sulle bancarelle del Jungang Market di Daejeon

10. Daecheong Lake

Il lago Daecheong, creato nel 1980, è un bacino artificiale d’acqua che serve da riserva per Daejeon e Cheongju. È un’escursione piacevole per pescare, rilassarsi o fare sport. Attorno al lago si trova il Daecheong Lake Trails, con quasi 60 km di sentieri da percorrere a piedi e 3 piste ciclabili, che passa per Daedeok-gu e Dong-gu.

Buona scoperta di Daejeon!

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Cultura

La cosmesi coreana: origine, BB Cream e K-Beauty routine

Breve storia della cosmesi in Corea

L’origine della cosmesi coreana ha radici lontane. Durante la dinastia Goryeo (918-1392) ci fu il culmine della cosmetica, perché proprio in quel periodo si coltivò un maggior interesse per la cura personale.

Il trucco per la società tradizionale coreana ha un valore profondo, perché l’aspetto fisico riflette l’interiorità della persona e quindi la cosmesi assume una certa importanza. Non è legato al frivolo, ma ha un suo valore intrinseco.

Con il diffondersi dei precetti del confucianesimo, durante la dinastia Joseon, si è cercato di limitare l’uso del trucco e di renderlo meno presente, quasi a privilegiare una cosmesi più naturale. Anche a quel tempo però esistevano modelli a cui ispirarsi, si guardava alle “gisaeng”, le artiste che cantavano e ballavano ai ricevimenti e alle cerimonie delle classi altolocate.

Bisogna aspettare però il XIX secolo perché la cosmesi diventi di moda fino ad arrivare ai giorni nostri con la nascita della K-beauty, nota anche per l’importanza data agli ingredienti naturali e al rituale stesso che va seguito per una cosmesi coreana perfetta.

Gli ingredienti della cosmesi coreana

La cultura di una cosmesi biologica e naturale ha origini remote. In passato si usavano i germogli di soia da cui si ricavava un olio utile per donare lucentezza e morbidezza ai capelli. Sempre dai germogli veniva estratta la polvere per creare un sapone detergente. Con le albicocche si realizzava un olio per far scomparire le lentiggini e per idratare la pelle, che diventava morbida e vellutata. Le donne delle classi più agiate usavano anche l’olio dei fiori di peonia come nutritivo per i capelli.

Oggi la cosmesi coreana offre prodotti bio, naturali, vegani e cruelty-free. Si possono trovare prodotti di ogni tipo, persino con ingredienti fermentati, dall’alto potere antiossidante per la pelle. Del resto nella cura della propria persona non si può escludere anche l’importanza dell’alimentazione, fondamentale nella cultura coreana.

cosmesi coreana
Foto di @BrookeLark

Dalla BB Cream alla K-Beauty

Prima del boom della cosiddetta K-beauty, c’erano le BB cream. Ma cosa sono esattamente?

Nascono come Blemish Balm, BB cream appunto, e sono state pensate per nascondere le imperfezioni della pelle del viso. Nate in Germania dall’idea di un chimico tedesco, in Corea hanno saputo sfruttarne le potenzialità.

Queste creme uniformano il colorito e illuminano il viso e come se non bastasse riescono anche ad avere una protezione solare medio-alta! L L’errore più comune è che possa ricordare un fondotinta, ma la BB Cream è più leggera di un fondotinta e sembra più fresca e naturale. Di fatto sono un ibrido tra crema e make-up. Già prodotto cult in Asia, la BB cream-mania è esplosa solo qualche anno fa in Occidente, quando la k-beauty si è affermata come uno dei più grandi trend di bellezza mondiali.

Foto di @ChrisJarvis

I 10 step della Beauty Care Coreana

Abbiamo cercato di capire meglio in cosa consiste questa pratica della cosmesi coreana e lo abbiamo chiesto a MyBeauty Routine, e-commerce specializzato di cosmesi coreana dal 2017, il cui obiettivo è trovare un metodo di bellezza concretamente funzionale.

La pratica di cosmesi coreana è composta da 10 step che bisogna seguire ogni giorno, mattina e sera. La bellezza di questa pratica non è solo il risultato che si conquista nel tempo, ma trova la sua efficacia anche nello stesso rituale. Ci si prende cura della propria pelle ma anche dello spirito, perché proprio in questi due appuntamenti giornalieri si ha l’opportunità di dedicarsi a se stessi e di centrarsi. Il fascino di ogni rituale è nella ripetizione che aiuta a sedimentare le fatiche della giornata. Ma vediamo gli step nel dettaglio.

Step 1 e 2 – Pulire e Detergere la pelle

Il primo step parte dalla pulizia del viso, meglio se con un olio detergente, che possa pulire a fondo senza essere troppo aggressivo.
Si continua a detergere con un prodotto schiumoso per togliere i residui dell’altro detergente. I primi due step fanno parte del double cleansing e vengono fatti sia la mattina che la sera.

Step 3 – Esfoliazione

Di questo terzo step le coreane sono delle vere fan! L’esfoliazione viene praticata con lo scrub o con le maschere wash off che purificano o idratano la pelle ma vanno risciacquate. In questo modo si rimuovono le cellule morte per avere una pelle più levigata e pulita. Si consiglia però di non usarle quotidianamente.

Step 4 – Tonificare

Il tonico o il toner o skin, come viene chiamato in Corea, è un prodotto considerato indispensabile perché riequilibra il ph. Si può scegliere tra un tonico liquido che completa la pulizia o sieroso che si applica con le mani.

Step 5 Essence – il “clou” della cosmesi coreana

L’essenza della Beauty Skincare Routine coreana è a metà tra tonico e siero ed è un concentrato di principi attivi che si trova nelle creme e nelle emulsioni idratanti.

Per chi vuole esiste anche sotto forma di Face Mist, che si può spruzzare in ogni momento della giornata per reidratare la pelle evitando irritazioni e arrossamenti.

Step 6 – Ampoules, Boosters e Serums

In questo step si affrontano gli inestetismi grazie alla formulazione di mix di attivi che vanno dritti al problema. Si può scegliere tra l’ampoule, il booster o il serum, come lo si voglia chiamare.

Step 7 – Maschera in tessuto

La maschera è davvero l’anima della cosmesi coreana, perché di applica circa per 20 minuti e in quel lasso di tempo ci si gode un meritato relax. Le maschere in tessuto sono ricche di siero e non bisogna risciacquare. E’ uno step consigliato in qualsiasi momento, specialmente quando si ha necessità di un viso perfettamente pulito e rilassato.

Step 8 e 9 – Crema contorno occhi e Idratazione

I coreani si prendono cura del contorno occhi con prodotti di facile assorbimento e texture volatili. Inoltre scelgono un’idratazione ricca e cremosa per il giorno e una sleeping mask invece per la notte.

Step 10 – Protezione Solare

Quasi pronte per uscire, al decimo step, si pensa proprio alla protezione solare durante il giorno. I raggi del sole infatti sono causa di rughe, macchie e malattie. Il SPF di solito è alto perché per gli orientali proteggersi dal sole è una pratica quasi maniacale.

Pronti per sperimentare le meraviglie della cosmesi coreana?